C’è qualcosa di perturbante nell’assenza. E Laura Villani lo sa bene. La sua personale “Anatomia della contemplazione”, allestita alla Galleria Biffi di Piacenza a cura di Chiara Cardini – che firma il testo critico del pregevole catalogo – è un esercizio di sottrazione che diventa presenza. Ventiquattro opere a pastello su carta pregiata, fondi lavorati ad acrilico, una gamma cromatica ridotta all’essenziale. Niente fronzoli, niente concessioni al decorativismo.
Le carte, alcune ritagliate dall’artista stessa in formati più intimi, sono montate su telai lignei realizzati ad hoc. Una scelta che trasforma il supporto in oggetto, la superficie in spazio. E dentro questi spazi abitano fantasmi di pietra: vestigia classiche, resti di templi, frammenti marmorei di sculture monumentali. La mano del Colosso di Costantino emerge come sineddoche di un’epoca, indice puntato verso un altrove che non è più, o forse non è ancora.
Ma Villani non si accontenta dell’archeologia dello sguardo. Accanto alle rovine compaiono poltrone svuotate del loro sedere, lampadari che illuminano il nulla, scale che salgono verso cieli indeterminati, silhouettes di casette stilizzate come ideogrammi dell’abitare. E poi sfere perfette, foglie spropositate, crateri vulcanici. Quest’ultimo elemento ricorre con insistenza: l’artista stessa, nell’intervista a corredo del catalogo, confessa la fascinazione per quella bocca aperta verso le viscere della terra, quel collegamento con i primordi del pianeta, con tutto ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose.
Il fil rouge è il tempo. Lo è sempre stato, nella ricerca di Villani. Ma qui la temporalità si fa struttura, architettura mentale: passato e futuro convergono in quello che l’artista definisce un “plurimo presente”, una simultaneità che abolisce la cronologia lineare. I suoi paesaggi nascono dal tendere verso l’ignoto, dall’affondare nei depositi della memoria – non la memoria individuale, ma quella del mondo.
L’essere umano non compare mai. Eppure è ovunque, trasfigurato nei suoi oggetti, nelle tracce del suo passaggio. Questi quadri sono palcoscenici, quinte di un teatro immaginifico dove lo spazio fisico si fonde con quello mentale. Villani costruisce scenografie per drammi che si sono già consumati o che devono ancora accadere. La contemplazione del titolo non è passività: è atto cognitivo, è ricerca di letture trasversali della realtà.
In questa mostra, in definitiva, si assiste a una riflessione per immagini sulla permanenza e sulla scomparsa, sulla memoria come sedimento e come profezia. Arte che non urla, ma sussurra e proprio per questo si fa sentire.











