Con l’arte relazionale di Sara Montani gli abiti diventano comunità

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Formatasi a Brera con Guido Ballo, Sara Montani unisce rigore accademico e sperimentazione. Attraverso un “maternage concettuale”, abiti e oggetti diventano per lei custodi di storia. La tradizione calcografica sposa materiali industriali come resine e metacrilati per fissare l’impronta della realtà e del passato. Il culmine della sua ricerca: creare una memoria collettiva per opporsi poeticamente all’isolamento odierno (n.d.r.).

Chi sei e quali corsi hai fatto?

Sono un’artista che ha scelto di fare della memoria non un ricordo sbiadito, ma una materia manipolabile e viva. La mia formazione ha radici nel Liceo Artistico e nell’Accademia di Belle Arti di Brera. Fondamentali per la mia crescita sono stati i docenti/Maestri che hanno educato non solo la mia mano, ma soprattutto il mio sguardo: al Liceo, De Grada, Mariani, Baruzzi, De Amicis, Giò Pomodoro, Luisa Spinatelli; in Accademia Tito B. Varisco, docente di Scenografia e Guido Ballo per Storia dell’arte che mi ha trasmesso la responsabilità della visione critica. E poi Umberto Melotti per Sociologia e Luigi Pestalozza per Storia della musica hanno stimolato la mia coscienza politico-sociale. Il percorso con tutti loro mi ha permesso di unire il rigore accademico alla sperimentazione, avviandomi a una ricerca senza confini di linguaggi.

Quando hai capito che avresti fatto l’artista e chi ti ha sostenuta per primo/a in questa scelta ardua per una donna negli anni ’60?

È stata una consapevolezza silenziosa che si è fatta voce necessaria, imponendosi col passare degli anni. Scegliere la via dell’arte per una donna negli anni ’60 era un atto di quasi ribellione. L’arte, diceva la mamma, “non dà da vivere”, così mi ostacolava con ostinazione. In questo scenario, la figura chiave è stata mio padre. Devo aver creato non pochi problemi ai miei, perché un giorno in modo imperativo e burbero, mio padre disse: “Prepara i tuoi disegni che domani andiamo a sentire il parere di un importante pittore”. Si trattava di Francesco De Rocchi. Andammo a casa sua e… Devo a De Rocchi e a mio papà l’iscrizione al liceo artistico di Brera. È stato papà, il mio primo vero sostenitore: in un’epoca di pregiudizi, ha saputo vedere oltre le convenzioni, comprendendo che la mia necessità di esprimermi non era un capriccio, ma una direzione esistenziale.


Il tuo lavoro supera generi e connette linguaggi diversi attraverso i materiali e si concretizza in una riorganizzazione archeologica e antropologica di oggetti-reperti, sei una accumulatrice convulsiva di memorie del passato, perché sei così attratta dalle cose come tracce del tuo vissuto?

Da sempre mi ha attratto manipolare materiali alternativi e affascinato l’idea dell’opposto, delle diversità che si accostano. Le materie si sono alternate di continuo, mentre costante è stato il fascino esercitato dagli avanzi di cose, dai rimasugli, dai resti di qualsiasi cosa sapesse ancora parlarmi. In diverse mie opere dapprima sono stati presenti oggetti: conchiglie, bottoni, chiavi non come “cose”, ma come domande a cui rimandano gli oggetti stessi, il vissuto loro e mio. L’accumulo non è bramosia, ma cura e “maternage concettuale”, come scrive nel mio libro Vivere l’arte Elena Pontiggia. Sono attratta dagli oggetti perché sono contenitori di storia e custodi di umanità: un abito usato o un utensile usurato diventano reperti, carichi di un’energia residuale. Trasformare queste tracce in arte significa sottrarle all’oblio e restituire loro una nuova possibilità di presenza. È la realtà che diviene parte integrante del mio lavoro. In essi riconosco la prova tangibile della Vita.

Sei particolarmente attratta dall’incisione e dalla calcografia, perché e in quale serie di lavori connetti memoria, tradizione con ricerca innovativa contemporanea con queste tecniche?

L’incisione è per me una scrittura del tempo, un atto fisico di pressione e resistenza. Un’importante ricerca che si è amplificata affiancando alla calcografia l’uso della resina e dei metacrilati. L’incisione calcografica, a cera molle, mi appare come un “fermo-immagine”. Mi consente di fissare l’oggetto e il suo vissuto su una matrice, che a volte è in metallo, come rame, ottone, zinco, ed altre invece in cartone, forex, plexiglass, per poi stamparla più volte in modalità differenti. Una ripetizione talvolta ossessiva, in un tentativo di afferrare quel qualcosa che mi sfugge. Sul metacrilato invece, il tempo si stratifica. Questi lavori sono calchi di abiti risalenti agli anni Cinquanta che conferiscono al progetto l’indagine sulla ricerca storica e archeologica. Il materiale blocca la forma, analizza le pieghe, le texture e i minimi segni di usura, trasformandoli in tracce permanenti, impresse, come in calcografia. L’abito si fa matrice e corpo: la tecnica tradizionale così si sposa con materiali industriali contemporanei.

Chi sono i tuoi maestri (artisti e altri) che hanno inciso sulla tua ricerca?

Oltre ai miei docenti del periodo della formazione, i maestri più concreti, sono presenze sempre vive diversi amici artisti che ci hanno lasciato: Upiglio, e poi Cavaliere, Mandel, Dangelo, Azuma. La loro frequentazione mi ha permesso di capire il senso dell’autenticità, dell’individualità e della costanza nel lavoro. Importante incontro è stato il pensiero di Kantor, specialmente nel testo Le impronte incise, tratto da Stille Nacht. Vi ho trovato la spiegazione più esaustiva al mio fare: siamo una società che perde la memoria. Rassicurata dal suo dire dal 1990 ha preso forma la serie delle impronte incise utilizzando l’abbigliamento, in un rapporto uno a uno, mediante l’uso di due linguaggi: la calcografia e la scultura in resina, in una poetica di frammenti-vissuto che rivivono. Devo molto anche ai ragazzi con cui per cinquant’anni ho lavorato: da loro ho imparato la gioia della scoperta, del meravigliarsi di fronte al caso e soprattutto ad essere sempre aperta ai cambiamenti di rotta.

Quali sono le tre opere che incarnano le fasi della tua vita (giovinezza, maturità, consapevolezza del presente)?

Giovinezza: le opere semi-figurative cariche di una ricerca d’identità ancora febbrile; voglio ricordare Le tre porte: Fede Speranza Carità. Maturità: le grandi matrici delle vesti, come in Abito l’abito, dove ho trovato la mia cifra definitiva nell’impronta. Consapevolezza del presente: le opere in resina, in metacrilato e quelle di arte relazionale, dove l’opera esce dal sé per diventare un processo collettivo. Leggere segni è un’opera che coinvolge il fruitore da spettatore passivo a lettore attivo di tracce create dalla luce. L’opera vive nella “messa in scena” e nella relazione con lo spazio e con chi lo attraversa, diventando un “personaggio” che cerca un dialogo con il vissuto altrui.


Nel 2023 hai pubblicato “Vivere l’arte”, una sorta di libro d’artista in cui racconti la tua quotidianità trasfigurata dalla tua sensibilità e creatività per dare un significato alla tua vita, cosa hai voluto comunicare di te in questo importante libro?

Il libro è una sorta di diario d’artista in cui racconto la genesi di alcune mie opere, mescolata con la quotidianità, al fine di sottolineare che l’arte non è separata dalla vita.

Che ruolo ha il gioco nella tua ricerca artistica?

Il gioco per un bambino è libertà estrema, lavoro serissimo. Per me è lo spazio del “cosa succederebbe se…”, dove sperimento senza il timore dell’errore. Mi permette di restare curiosa e di scardinare la rigidità delle convenzioni.

Cosa significa per te il nuovo, è necessario essere contemporanea in ogni opera?

Il nuovo è sincerità, verità. Un’opera è contemporanea se è capace di parlare al presente, anche se usa tecniche antiche. Io non rincorro l’attualità, cerco l’autenticità di un segno che sappia ancora emozionarmi.

Che valore ha per te l’arte relazionale, il condividere progetti con altri per un fare comunitario?

L’arte relazionale è il culmine della mia ricerca. Chi entra nell’opera smette di essere spettatore e diventa co-autore: il fare comunitario è una forma di resistenza poetica contro l’isolamento del nostro tempo. Voglio fare qualcosa con te è una frase che ho pronunciato spesso, mossa dalla curiosità verso l’altro. Abitare il dubbio, stare in bilico e cercare ogni volta l’equilibrio necessario per lavorare a due, sono sfide che alimentano la mia motivazione.

Progetti per il futuro?

Il mio futuro è un cantiere sempre aperto. Voglio continuare a scavare nel sociale storie dimenticate e portare la ricerca sull’impronta e sui diritti umani in spazi sempre più riconosciuti. Sto preparando per maggio una mostra che parla di reazione e coraggio dopo l’allagamento del mio studio. Sto anche ultimando due mostre, una di libri d’artista e l’altra di spazi vuoti che originano pieni, per il vuoto lasciato dal contenuto.