Adriano Pompa, tra Roma e i boschi tedeschi il Grand Tour dell’anima

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Adriano Pompa riscrive il Grand Tour come un viaggio nell’immaginario: tra oro liquido, miti surrealisti e Angelica fuggente

La nuova personale di Adriano Pompa si apre come una soglia verso un altrove narrativo: Grand Tour, a cura di Alessandro Riva, propone un viaggio che non riguarda un luogo fisico ma una condizione dello sguardo.

Non si tratta, quindi, di un viaggio per tappe, né di un omaggio filologico al Settecento: Pompa compone piuttosto una mappa sentimentale, una cartografia dell’immaginazione in cui passato e presente si sfiorano come due strati di tempera che non smettono di dialogare.

Artista di lunga genealogia – figlio del pittore e scultore Gaetano Pompa e della fotografa Dorothee Leendertz – Pompa incarna quella rara continuità artigiana che, dagli anni dell’apprendistato romano, lo ha portato a un linguaggio personale, nutrito di tecnica e visione. Nelle sue mani la materia non è mai un semplice supporto: è un organismo vivo, che conserva una memoria e pretende ascolto.

Il Grand Tour, che trova ospitalità negli spazi della Galleria Vik Milano fino al 15 gennaio, evocato dal titolo non è dunque una rievocazione storica, ma un pretesto narrativo: Pompa “si immagina” pittore del Settecento con lo sguardo del contemporaneo, costruttore di mondi che esistono solo nel momento in cui vengono dipinti. È un viaggio mentale, condotto tra olii luminescenti, incisioni e sculture in bronzo e terracotta, che si fa al tempo stesso meditazione e racconto.

L’eredità del padre – quel surrealismo colto, corporeo, nutrito di miti e metamorfosi – affiora come una nota di fondo, ma non determina l’opera: Pompa la raccoglie e la trasfigura in un immaginario più lirico, più mediterraneo, a tratti più inquieto. Non stupisce che Vittorio Sgarbi definisca la sua pittura “necessaria, inevitabile”, animata da un’inquietudine del destino: le figure che abitano queste tele sembrano infatti vive di un respiro proprio, né docili né compiacenti.

Elemento cardine della mostra è il ricorso all’oro – non come parata fastosa, ma come sostanza emotiva. Pompa stesso la definisce “luce riflessa e mutevole”, capace di seguire gli umori, le atmosfere, quasi fosse una presenza meteorologica del dipinto. L’oro diventa così un filo conduttore, una logica interna che salda epoche e sensibilità diverse, e riporta l’opera a quell’idea di operosità che l’artista rivendica come radice della sua pratica.

Nelle sale decorate della Galleria tra stucchi e specchi, questo oro sembra risuonare in modo naturale, creando una conversazione sottile tra memoria e visionarietà. Le opere non occupano gli spazi: li ascoltano, li attraversano.

Riva, nel testo curatoriale, parla di un repertorio di apparizioni: cavalieri, dame, draghi, pesci volanti, alberi dalle foglie d’oro, uova e conchiglie, città murate. Pompa costruisce un mondo parallelo, un ecosistema simbolico che sembra provenire da un antico bestiario medievale, ma subito si libera di ogni rigore storico per diventare materia di sogno. È una pittura che agisce per epifanie e risonanze, come se ogni figura fosse solo un frammento di una narrazione più ampia, raccontata per ellissi.

C’è in queste opere un desiderio di “possibilità dell’impossibile”, come ha scritto Fabrizio Dentice; e insieme una dimensione profondamente intima, quasi notturna, che porta con sé il vento dei boschi tedeschi della madre e il sole stratificato di Roma e Milano.

L’esposizione si è inaugurata il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per l’occasione Pompa ha esposto La fuggente (Angelica), un delicato omaggio alla figura ariostesca che, nei secoli, è stata più inseguita che compresa. Angelica, ricorda l’artista, non è oggetto di desiderio, ma soggetto di scelta: la sua libertà provoca furia, gelosia, violenza maschile travestita da amore.

È un gesto semplice, ma rigoroso, che parla della capacità dell’arte di restituire complessità alle narrazioni e di trasformare un’immagine in una presa di posizione etica.

Grand Tour è quindi una mostra di attraversamenti: geografici, simbolici, temporali. Ogni opera è una tappa, ogni tappa una soglia. Non c’è conclusione, non c’è ritorno: Pompa sembra suggerire che il viaggio dell’arte – come quello della vita – è fatto di metamorfosi più che di arrivi.

Nel suo linguaggio visionario ma disciplinato, colto ma capace di meraviglia infantile, Adriano Pompa conferma di essere uno degli artisti italiani che più sanno coniugare tecnica e immaginazione, radici e futuro. Il suo Grand Tour è un invito a rimettersi in cammino, con lo sguardo aperto e la memoria vigile.

Adriano Pompa Battaglia aerea
Adriano Pompa Arco e golfo