Nell’ultimo libro di Jacqueline Ceresoli, Donne, luce e libertà. Storie di Light Art e di altre illuminazioni (224 pagine, Postmedia Books, 2025) la luce non è metafora da salotto né abbellimento da installazione o storia social. È materia viva, sostanza che pulsa, banco di prova di immaginari che cercano un varco. Il volume si dispiega in un mosaico di storie brevi, talvolta taglienti, dove la critica d’arte diventa gesto interpretativo, mai un semplice inventario di opere.
Ceresoli attraversa la Light Art al femminile senza imboccare il vicolo cieco della rivendicazione programmata. Le artiste che racconta non sono icone da appendere al muro delle buone cause, ma protagoniste che hanno fatto della luce un linguaggio necessario, un codice personale che funziona solo se acceso da una visione. Non c’è posa, non c’è militanza: c’è la concretezza di chi ha trovato in neon, led e rifrazioni un modo per dire l’indicibile, o almeno per tentare di sfiorarlo.
Il valore del libro sta nella sua capacità di non costruire un altarino. Ceresoli lascia emergere contraddizioni, inciampi, piccole fratture biografiche. La luce, più che salvare, rivela; e nel rivelare mostra anche le crepe, le opacità, le incrinature di percorsi non sempre lineari. La narrazione avanza così per illuminazioni successive, come se il lettore camminasse in un corridoio dove ogni pagina accende una lampada diversa.
Lo stile è asciutto, a tratti chirurgico, ma capace di improvvise aperture liriche che non scadono nel sentimentalismo. Un ritmo che ricorda più il reportage culturale che l’analisi accademica: sguardo nitido, attenzione al dettaglio, rifiuto della retorica. La scrittura tiene insieme descrizione e giudizio senza appesantire, lasciando alla luce – e alle artiste – il compito di parlare.
Ne risulta un libro che illumina senza abbagliare: un’indagine che diffida del sensazionalismo e preferisce seguire traiettorie laterali, quelle dove spesso si nasconde il senso più autentico delle cose. La Light Art, qui, non è disciplina di nicchia né esercizio glamour, ma spazio operativo in cui la luce diventa gesto, memoria, libertà quotidiana. Senza proclami, con la forza silenziosa delle necessità interiori.














