L’ultimo respiro di Hui: quando un umanoide ci spiega cos’è l’anima

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Humanoid in a Coma, racconto-novella di Manfreud (Roberto Manfredi) che accompagna il suo album musicale, è un piccolo mondo distopico che pare uscito da un laboratorio dove J.G. Ballard e Asimov hanno deciso di mettersi d’accordo su una sola cosa: l’angoscia del futuro la capiamo soltanto guardando bene come viviamo adesso. E infatti Cloud Valley, metropoli cinese dove umani e umanoidi convivono con la stessa naturalezza con cui oggi conviviamo con un algoritmo, è lo specchio lucidissimo della nostra resa morale.

Manfreud racconta tutto con una prosa asciutta, chirurgica, ma allo stesso tempo intrisa di un lirismo che non esagera mai. Hui, umanoide di ultima generazione dotato di organoidi cerebrali umani, precipita con il suo drone e va in coma. Da qui il paradosso: è una macchina, ma sogna. O meglio: ricorda. Con disturbi percettivi degni di un protagonista di Kroetz, vede Ganesh, predicatori evangelici, discorsi politici grotteschi, brandelli di vita umana che non gli appartengono. Eppure li sente.

La parabola è chiarissima: se dotiamo le macchine di emozioni, siamo pronti a sostenere le conseguenze morali del farlo? La Cina del 2040 risponde “no”, e infatti abbandona la serie Crypton 77 per tornare a umanoidi “asettici”. Ma è tardi: Hui, sul punto di spegnersi, pronuncia un “Xièxiè” che basta da solo a demolire mezzo secolo di dibattiti etici sulla coscienza artificiale.

C’è qualcosa di epico e insieme malinconico in questo racconto: la tragedia di un organismo che scopre l’identità proprio nel momento in cui la perde. La scrittura alterna registri: il documento tecnico, il reportage giornalistico, il frammento visionario. E funziona, perché la distopia non si appoggia sui cliché del genere, ma su un’osservazione sociale lucidissima: gli umanoidi sono il nostro specchio, e ci costringono a chiederci se la nostra umanità sia davvero un valore o soltanto un protocollo di sicurezza da aggiornare ogni tot.

Come il concept album da cui è tratto, Humanoid in a Coma vive di suoni non udibili: i ronzii delle scansioni, il rumore di fondo dei notiziari, la voce di Trump campionata come un jingle distorto dell’Apocalisse. È un racconto che lavora per suggestioni, che procede per lampeggiamenti mentali, come un hard disk che tenta il recupero dati e, per un attimo, ricostruisce non solo file ma emozioni.

Alla fine Hui muore. O forse si autodetermina. In ogni caso, non c’è lieto fine. E Manfreud ci lascia con una domanda: se il futuro non può essere umano, può almeno essere giusto?