Alla fine, la vera domanda non è cosa sia la Biennale di Venezia. La domanda è: per chi è diventata.
La sessantesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale Arte 2024, curata dal brasiliano Adriano Pedrosa, prova a rispondere con un titolo che è insieme slogan, manifesto e provocazione: Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere. Una frase al neon, presa dal lavoro del collettivo Claire Fontaine, che illumina l’Arsenale e i Giardini come una segnaletica urbana dell’identità contemporanea.
Stranieri ovunque, dunque. Ma soprattutto stranieri nell’arte.
Pedrosa costruisce una Biennale che ribalta la geografia culturale dell’Occidente: più di trecento artisti, molti dei quali mai visti prima nei grandi circuiti europei, provenienti dal cosiddetto Sud globale, dalle periferie culturali, dalle minoranze linguistiche e identitarie. È una Biennale che guarda altrove: verso l’America Latina, l’Africa, l’Asia indigena, le diaspore. E lo fa con una decisione quasi militante: meno star system, più genealogie dimenticate.
Il risultato è una mostra che sembra muoversi come un atlante emotivo.
Ai Giardini si entra in un racconto fatto di memorie migranti, lingue spezzate, archivi personali. All’Arsenale la narrazione si allarga: identità queer, artisti autodidatti, outsider, pratiche artigianali e forme visive che per decenni sono rimaste ai margini della storia ufficiale dell’arte. Pedrosa non cerca l’ennesima fotografia del contemporaneo, ma piuttosto una controstoria.
Il punto non è soltanto politico. È anche estetico.
Questa Biennale non ha la levigatezza curatoriale delle grandi mostre globali. È più irregolare, più sporca, più narrativa. A tratti disorienta, a tratti entusiasma. Ma soprattutto rompe un’abitudine: quella di pensare l’arte contemporanea come un club occidentale con passaporto universale.
Il messaggio è chiaro: l’arte non ha più un centro stabile.
In questo senso Stranieri Ovunque funziona come una metafora potente. Non solo perché parla di migrazione, identità e appartenenza, ma perché suggerisce che oggi chiunque può trovarsi fuori posto — anche dentro il sistema dell’arte.
E Venezia, con la sua bellezza decadente e cosmopolita, diventa il palcoscenico perfetto di questa condizione.
Per una volta, la Biennale non prova a rappresentare il mondo. Piuttosto lo lascia entrare, con tutte le sue contraddizioni.
E il risultato è una mostra meno spettacolare, forse, ma molto più necessaria.













