Alla fine del viaggio con Proust non si torna più indietro

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100 anni fa oggi moriva lo scrittore francese Marcel Proust

Se al nome di Joseph Louis Proust è legata la Legge delle proporzioni definite, a quello di Marcel Proust è annodata una legge non scritta ma ugualmente notevole, ovvero quella del “grande irremeabile”. Attraverso il recupero del latino, dunque dell’irremeabilis, che nega appunto la possibilità del remeare, del tornare indietro (passare indietro), è pensabile tratteggiare la reazione suscitata dalla lettura di una delle più grandi opere della letteratura mondiale: La Recherche. Non si annunciano altri aggettivi abili a rivelare l’esatta immagine di un esito in grado di radunare sotto un unico cielo i lettori di Proust: la volta del grande irremeabile. Coloro che hanno fatto il viaggio, giungendo sino alla fine de Il tempo ritrovato, conoscono quella singolare condizione del non poter tornare indietro.

L’irremeabile custodisce molteplici gradazioni: in alcuni genera una vampa di curiosità ai confini con l’ossessione. Il lettore, non potendo tornare indietro, decide di avanzare alla ricerca febbrile di tutto lo scritto, il detto, l’ipotizzato, l’inventato, lo sviscerato sulla vita e l’opera di Proust. In altri si consuma una solenne immobilità generata dalla consapevolezza che nulla sarà in grado di resuscitare il turbamento vissuto durante tutto il viaggio; il tempo è stato perduto e ritrovato: fine. In altri ancora, il compimento della Recherche, muta in ricerca di consolazione per mezzo di altre letture che non riescono comunque ad assolvere un compito tanto gravoso. Quanto più il lettore tenta di recuperare quel sentire, tanto più il sentimento si allontana incrementando la soglia dell’irremeabile. La gamma di sensazioni si mostra anche mediante manifestazioni di idolatria, devozione, feticismo finanche.

Nel parterre letterario, un posto di riguardo merita “il giunco infuocato della Francia”. Marcel Proust effigia una figura importante nella sua vita, tanto da indurla a rinunciare al cognome paterno, Quoirez, in favore di quello della principessa Sagan, uno dei personaggi più evanescenti della Recherche. Françoise Quoirez rinasce come il prodigio di Bonjour tristesse nella più nota Françoise Sagan. E se Proust resta il suo padre putativo, la Sagan, congedandosi dal rigoglioso edificio sintattico, affiora come colei «che a colazione mangiava viva tutta la pasticceria narrativa a venire, spazzando vassoi tondi come decenni, e mandando in fumo se stessa e la stessa sigaretta per sempre (i veri fumatori non fumano che una sigaretta, la stessa, per sempre)» (P. Panella, NASO o delle cattive letture, delle scritture impure, Fefè Editore, Roma 2018, p. 123).

Sull’onda del grande irremeabile, anche il cinema conta diversi tentativi votati alla trascrizione della pagina su pellicola. Si va da Un amour de Swann del regista Volker Schlöndorff che vede nel cast i nomi di Jeremy Irons, Alain Delon, Fanny Ardant e Ornella Muti, sino a Le temps retrouvé di Raúl Ruitz con Catherine Deneuve, Emmanuelle Beart e John Malkovich.

Ultima pagina della Recherche – pubblico dominio

Si annuncia come un film “liberamente ispirato” al V° libro della Recherche quello che in qualche modo riesce a restituire le atmosfere dell’opera in maniera più fedele: La captive. Ed è proprio in quel “liberamente” che la pellicola sorprende lo spettatore nella trasmissione non tanto della pagina proustiana, quanto del clima asfittico che definisce il legame tra Albertine e il narratore. Il tempo dilatato messo in scena dalla regista Chantal Akerman, consegna l’immagine della frase lunghissima quasi “fino all’ultimo respiro” di Proust. Albertine che nel film prende il nome di Ariane, rappresenta l’oggetto d’amore e al contempo l’impossibilità di riuscire ad amare fuori dall’ossessione, lontano dal sospetto, distante dalla gelosia. L’amore esiste solo perché vagheggiato e mai realizzato. Così l’Albertine proustiana si fa amore soltanto nella perdita, nell’addio, nella fuga, nell’assenza e infine nella morte: l’unico amore possibile è quello impossibile.

L’impossibilità disegna la condizione che nutre quell’angoisse dell’attesa che abita tutta La Recherche: l’angoisse per l’attesa del bacio materno, l’angoisse per il ritorno di Albertine, l’angoisse per un incontro. Quest’ultima veste di grande fascinazione la figura di Mlle de Sternaria che, non presentandosi all’île du Bois, riesce a creare l’appuntamento perfetto. Tutto segue il modello del “perduto” come fonte di perfezione. L’incontro perfetto, così come l’amore, è quello mancato e dunque perduto.

L’opera cinematografica offre altresì l’occasione per sciogliere un piccolo equivoco in merito alla figura di Albertine. L’attrice Sylvie Testude si definisce attraverso una soave bellezza evidenziata da fattezze filiformi. L’Albertine di Proust, come sottolineato ne La fuggitiva, è una donna ingrassata e pertanto ormai estranea alla freschezza della banda in fiore. E qui, “l’irremeato” si sente chiamato a sbrogliare un abbaglio relativo a una delle frasi più abusate della Recherche: «Lasciamo le donne belle agli uomini senza immaginazione». Il narratore non crede in questa affermazione poiché la usa come una sorta di sottrazione rivolta ad Albertine, in modo tale da non deludere le aspettative dell’amico Saint-Loup. E lo fa sempre in nome di una rimembranza legata a Rachel, l’amante di Saint-Loup. Il narratore ricorda l’impressione avuta durante il primo incontro con la dama e il conseguente sconcerto per l’amore dell’amico nei confronti di una “simile donna”. In tale contesto la frase si scarica di ogni presunta nobiltà perché necessaria a giustificare non tanto l’aspetto di Albertine, quanto l’amore e il desiderio di possesso nei suoi riguardi.

pubblico dominio

Nella legge del grande irremeabile nasce un curioso paradosso: coloro che non riescono a tornare indietro venerano colui che fa della memoria, quindi del remeare, il copioso serbatoio a cui tornare. Una sorta di ricco semenzaio dove la reminiscenza, da comune abilità razionale in uso ad annotare e dunque ordinare la ricordanza del passato, addiviene involontaria per riconsegnare in modo insondabile finanche le schegge di un passato che si pensa perduto per sempre.

Un sapore, un toccamento, un profumo intervengono a destare quella memoria involontaria, innescando una strana sollecitazione in grado di portare alla luce un ricordo. E accade che una petite madeleine zuppata nel tè riconsegni il narratore al grembo dell’infanzia trascorsa a Combray. Si tratta di una vera e propria epifania che permette a Proust di aprire al lettore la porta della sua infanzia e la sorgente infinita e dedalea dei suoi pensamenti. Riflessioni che generano numerose divagazioni su uno stesso argomento.

Se a un primo sguardo la prosa proustiana – lenta, edificata su lunghissime frasi ondeggianti che si propagano in digressioni continue – può apparire gravosa, guadagna in seguito la potenzialità di assimilare sino a far coincidere il corpo e lo spirito di chi legge con quelli del romanzo. Corpo come corpo tipografico, dunque la magnitudine si fa carne; spirito come essenza di un romanzo venuto a riempire la creatura.

Nella legge del grande irremeabile il tempo perduto a leggere La Recherche è ormai perduto per sempre

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