Virgilio Marchi, coi futuristi e l’architettura oltre le mura

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Di Pinna - Radiocorriere, Copyrighted, it.wikipedia.org/

Nella storia della cultura italiana vi sono figure che hanno lasciato il segno ed una eredità importante e significativa. Tuttavia queste figure vengono ricordate come meriterebbero. Fra queste Virgilio Marchi, architetto e scenografo, si segnala per la sua originalità e versatilità.

Nato a Livorno nel 1895 iniziò gli studi nel 1911 presso l’Istituto Tecnico. Passò quindi all’Accademia di Belle Arti di Lucca e di Siena, dove nel 1914 conseguì l’abilitazione all’insegnamento di disegno.

Nel 1916 conobbe Filippo Tommaso Martinetti presso la scuola dei Bombardieri di Sassuolo. L’incontro con i futuristi costituì una svolta nella sua vita culturale e professionale. Infatti lo portò a studiare e a presentare progetti di città futuribili e avveniristiche, a collaborare con diversi giornali e nel 1920 a pubblicare su Roma futurista il Manifesto dell’architettura dinamica.

Dedicò studio e impegno nella ridefinizione della figura di architetto, soprattutto alla luce dello sviluppo di nuove attività e si adoperò nella sua ricomposizione culturale e professionale. In un suo scritto ne offre una descrizione puntuale.

“C’è architettura nella fabbrica come nell’assieme sinfonico di una musica bizzarra, nel succedersi incalzante di immagini in un tema letterario, nell’adunarsi e scindersi quasi incorporeo di una selva di mani in una rappresentazione di danze mimiche sensualissime. È dunque architetto l’uomo versatile in tutti gli infiniti rami dell’attività estetica. Chi si cristallizza nella sola attività muraria è incompleto: non basta all’architettura!”

È significativo il rimando “all’attività muraria”, che non vuole essere una ridefinizione riduttiva, ma una connotazione di ambito applicativo. È da interpretare come il superamento di divisioni specialistiche con il recupero di una cultura ampia e di ricerca.

Una visione classica e rinascimentale per la riproposizione di un progetto complessivo senza confini disciplinari. Oltre ad alcune opere architettoniche come la Casa d’arte di A. G. Bragaglia (1922) e il restauro del teatro Odescalchi (1925), ambedue a Roma, Marchi ha lasciato numerosi disegni di architettura fantastica.

Sul finire degli anni Venti si avvicinò, senza mai abbracciarla del tutto, all’architettura razionalista, mantenendo comunque una vena espressionista soprattutto visibile nei lavori teatrali.

Come scenografo collaborò nel 1923-24 al Teatro degli Indipendenti di Bragaglia e lavorò a Roma, alla Scala di Milano e per molti teatri europei e americani.

Tra le sue opere di critica ricordiamo L’architettura futurista (1924) e Italia nuova, architettura nuova (1929) (cfr. E. Pontiggia, a cura di, Virgilio Marchi “Futur-Classico-Razionale”: opere dal 1910 al 1950, Roma, 2017).

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Laureato in Architettura svolge la sua attività professionale a Milano dove apre uno studio di progettazione e consulenza nel campo edile e, nel contesto di iniziative parallele, si dedica a progetti di allestimenti e comunicazione a livello internazionale. Redige numerose relazioni di ricerca e approfondimento di temi tecnici e scrive libri per associazioni di categoria. Collabora a giornali e riviste con articoli di architettura, con particolare riferimento alla città e allo sviluppo urbano. Partecipa come opinionista a trasmissioni televisive nell’ambito di iniziative volte a descrivere con spirito critico la città nei suoi molteplici aspetti e funzioni. Attualmente sta preparando un libro sulla città globalizzata, sui rischi della perdita della sua identità in quella che la cultura sostenitrice del processo di assimilazione progressiva chiama “residenza disaggregata”.