Con Sofia Zanin alla scoperta dell’infinito dipinto

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A volte in un solo quadro ce n’è un’intera collezione. Così la parola: dovrebbe raggiungere un certo grado di concentrazione che la rende quasi pesante, prima di dirsi letteratura. È forse la sterminata compiutezza dell’opera “Reliquiarium” di Sofia Zanin ad aver conquistato la giuria, presieduta da Vittorio Sgarbi, che le ha fatto vincere il concorso “Be the difference… with art”, omaggio ad Antonio Canova. Le sette opere finaliste e quella dell’artista padovana saranno esposte nel Museo Gypsoteca di Possagno fino al 31 luglio.

La sterminata compiutezza non è che un gioco esigentissimo con il linguaggio e la dinamica del simbolo. Zanin esplora “l’infinità di uno stesso pensiero”. Non vuole limitarsi a riverire la memoria di Canova in modo retorico.

Per lei il prodigioso scultore è vivo come la pelle delle sue statue di marmo, che si scioglie in una fluorescenza piena di parole da decifrare, da ascoltare, da attendere. Il simbolo irrobustisce il cuore fino a permettergli di sentir suonare in una planimetria (tra le cose più astratte che ci si possa trovare di fronte) i passi del genio che si muoveva in quelle stanze. E di indovinare nei colori primari, sintetici, il blu, il rosso, la loro vocazione a fluire nei rosa, negli azzurri impalpabili, nei lividi viola del vivere. Manca il terzo, il giallo, perché bisogna essere discreti, cauti, quando si gioca con l’infinito. Il simbolo a questo anche serve: a insegnare una verità “incomprensibile”, debordante, eppure intima, che si può stringere in un sospiro, se è mediata dalla parola, in un punto, se dall’arte.

Zanin evoca per cenni Antonio, il genio. L’urna, che ha la tensione del bulbo di un fiore, contenente la mano di Canova. Un suo fantasma leggero, leggiadro. I profili del tempio, che lo scultore stesso progettò per Possagno. Tutto è “intrecciato, incastrato, innamorato”, come le cose dell’universo per lo Zarathustra nietzschiano, simbolista un po’ temerario.

La pittrice padovana stampa il suo tesoro di echi che si rincorrono, di piani che si sovrappongono (e presuppongono), muovendo dal massimo della semplificazione al massimo esercizio del realismo, cioè dell’esprit de finesse. E alla fine la compiutezza vera è quando dà fuoco a tutta la sua architettura di echi – con fiamme sono le ali di due leoni e combustibili che sono parole: amore, gloria…

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