“I folli abitano il sacro”, la mostra da vedere e…ascoltare

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"I folli abitano il sacro", la mostra da vedere e...ascoltare
Scene Misteriose per Palazzi Tenebrosi, 2020, Oli, bitume, resina su tela 250x400

«Sembra una composizione wagneriana»: niente interpreta un’opera di Sergio Padovani meglio delle parole di un artista in visita alla mostra “I folli abitano il sacro” alla Fondazione Stelline di Milano (fino al 24 ottobre), inaugurata in piena movida milanese tra Settimana del design e MiArt.

I “folli” sono gli amanti della pittura e ancor di più coloro che in nome di essa compiono il sacrificio di sé fin quasi a mettere a repentaglio la propria sopravvivenza, ma per essere annoverati in questa ristrettissima cerchia è sufficiente adottare la forza tranquilla di chi, all’ennesima dichiarazione di morte della pittura, non se ne cura e passa avanti, sapendo che il certificato di morte è come l’annuncio di Hegel nella sua Estetica, «dopo di me il diluvio» .

Del resto basta fare un salto al MiArt edizione pandemica 2021 per verificare che quel certificato è ‘na sòla, come direbbero i romani: mai vista tanta pittura in una fiera a ranghi ridotti ma pur sempre radical chic.

Il “sacro” è, naturalmente, la pittura stessa, quella disciplina che nei casi più felici richiede due cose: spirito di sacrificio e, come insegnava il mai abbastanza citato Matteo Marangoni, “Saper vedere” (un quadro, appunto).

“I folli abitano il sacro” è non solo la sentenza che dà il titolo alla mostra ma anche il titolo di un’opera (“I folli abitano il sacro mentre le notti infieriscono”), che forse meglio di tutte incita l’osservatore a “saper vedere”: non fermatevi a guardarla da vicino, allontanatevi, allontanatevi di molto, andate all’estremità opposta della sala, se potete sedetevi per terra e ditemi cosa vedete.

Il “saper vedere” è una pratica da adottare anche con un’altra opera, di dimensioni contenuta, “I Fuochi Fatui”, che sembra una piccola partenogenesi da una superficie specchiante mentre in realtà non è altro che la conseguenza della tecnica pittorica di Padovani (opera che, per altro, è incorniciata da splendidi legni, anch’essi trascelti di rigore da Padovani: come dicevano gli scultori una volta, “il marmo vuole lavorato”).

Ma lo specchio c’è per davvero: è sulla lunga parete che percorre lo spazio espositivo, si intitola “Prima della compossibilità, la fornicazione!”, con quel termine tipico del gergo filosofico e quel punto esclamativo finale che sembra un imperativo categorico.

Quella di Sergio Padovani è pittura, non solo COL ma anche DEL materiale e un artista storico che certo non ha molto a che vedere con lui (Burri) ti potrebbe spiegare tutto e sicuramente vi si ritroverebbe, perché la pittura è disciplina viva, la pittura è materia e la materia è movimento. Altro che lo slogan dei signorini “arte e vita”, la pittura è il “prius primordiale” come la materia: su ciò che vi è, per citare a sbafo Willard Van Orman Quine.

Bitume, resina, rame, legni (mi piace pensare ai legni dei marosi, delle tempeste, ma i legni di Padovani nascondono altri segreti forse meno movimentati, chissà), specchio, olio, carta: i riferimenti all’alchimia si sprecano ma io preferisco pensare che ancor prima dei pittori/alchimisti il motore immobile della pittura siano le mani di Lascaux, che ritroviamo (“saper vedere!”) su alcune zone delle superfici pittoriche di Padovani.

“I folli abitano il sacro” è una mostra, oltra da (saper) “vedere”, anche da (saper) “ascoltare”: non dico che vi verrà voglia di invadere la Polonia, ma ogni opera in sé e tutte le opere insieme risuonano come emettessero musica.

Potere (anche) dell’allestimento e dell’uso delle luci, insuperabile nella parte del percorso espositivo con “La cupa gioia o pala dei peccatori“, una vera e propria pala d’altare apribile e osservabile anche sul retro, collocata in una  “stanza” rosso vermiglio su un basamento ad hoc per sostenerne il peso, stanza che nasconde una sorpresa: arrivati a quel punto, non aspettatevi che sia finita lì, perché oltre vi aspettano “Scene misteriose per palazzi tenebrosi”, due pannelli 250×400 in cui il simbolismo e la matericità (gran copia di oro dalle diverse tonalità, ma scordatevi Klimt) di Padovani raggiungono forse la propria massima espressione: qui ci vorrebbe l’iconologia di Panofsky per scoprire le suggestioni simboliche nascoste in vari dettagli, compreso un riferimento musicale supercontemporaneo e oserei dire epocale…

I folli abitano il sacro mentre le notti infieriscono”: chi siano i folli lo sappiano, cosa sia il sacro lo sappiamo, mentre per la notte basta guardarsi attorno nel panorama dell’arte (o degli urti??) contemporanea: non è ancora la notte delle streghe.