Albert Hera, la voce della paura

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Albert Hera è musicalmente qualcosa di assurdo, di indefinibile. Il suo percorso jazz è cominciato come formidabile sassofonista per poi diventare egli stesso uno strumento le cui note sono infinite. Il suo stile unico è caratterizzato dal potere evocativo del linguaggio dei suoni oltre le parole , suoni che raccontano immagini e luoghi lontani, suoni che evocano la sua piena espressività artistica. Ultimamente è stato tra i protagonisti del programma di Rai 2 Voice anatomy, condotto da Pino Insegno.

Lei si definisce un narratore di suoni. Cosa cerca di evocare attraverso l’utilizzo del suono?

Il senso del suono in collegamento con ciò che è “qui ed ora”. In realtà, quando parlo di narrazione parlo del momento in cui evoco un principio sonoro. Chiaramente i luoghi dove vengono proposti i suoni, la relazione tra lo spazio e le persone che a loro volta co-partecipano ad una realizzazione, tutto ciò determina, il più delle volte, il mistero che avviene. Per cui, come nella scrittura esiste lo storyteller ho deciso di chiamarmi the soundteller perché narro il momento in cui sto raccontando, così come anche l’improvvisazione che va a crearsi ha una certa correlazione con il mondo circostante e dunque non vi è più una dimensione in cui l’ascoltatore ascolta. Egli è partecipe della storia. Vi sono molti modi per introdurlo nel suono, per esempio nei miei concerti stimolo la sua narrazione attraverso la mia, perché non ci sono parole nel racconto e quindi la forza di questo principio è che in qualunque luogo dove lo proponi viene accettato, perché è una realtà comprensibile in Cina come negli Stati Uniti. La seconda cosa è che ognuno di noi ha il suo luogo, perché la forza del linguaggio, che credo sia la bellezza dell’uomo, per certi versi può inscatolare l’ascoltatore in una progressione di immagini un po’ convogliate dalla stessa forza del linguaggio. Invece, se si toglie quest’ultimo, annegando così le parole e lasciando solo il suono, qualunque ascoltatore avrà una percezione diversa rispetto ad un altro. Il senso del narratore di suoni è questa, lasciar sognare colui che ascolta, fornendogli soltanto l’evocazione dei suoni e lasciandogli la libertà espressiva di crearsi delle immagini. Il significato non è solo inserito e contestualizzato nella parola ma anche nella fluenza della stessa. Quando lo spettatore esce da un mio concerto rimane avvolto nel suo mondo.

Adesso l’abbiamo vista spesso in televisione, nel programma Voice anatomy. Può raccontarci di quest’esperienza?

Una volta un missionario mi disse: “Essere un buon artista è come essere un buon missionario. Perché è troppo facile essere vincitore dove sei compreso. Cerca di portare il tuo mondo dove nessuno ti comprende, dove dovrai fare più forza sul tuo credo.” Aveva ragione. Guarda, io non ho mai accettato di fare televisione, mai, però data la mia grande amicizia con Pino Insegno, quest’ultimo mi ha chiesto di andare in trasmissione con lui. La mia risposta è stata: “Io sto bene dove sono e non ho alcun bisogno della televisione.” E la sua risposta è stata: “Penso però che la televisione abbia bisogno di te.” All’inizio non ero convinto perché temevo che il mio mondo non venisse compreso appieno, ma Pino mi ha convinto dicendomi: “Nel programma puoi fare quello che vuoi, sei libero di esprimerti.” Questa è stata la prerogativa che ho messo nella definizione progettuale del mio spazio e devo dire che l’hanno rispettata pienamente, lasciandomi la libertà espressiva che desideravo. L’ambiente di Voice anatomy è ben strutturato e con persone che hanno le idee molto chiare. Credo davvero che sia un programma alternativo, fuori dalle righe, che lavora sulla funzione primaria della televisione pubblica ma non con uno sguardo elitario, tutt’altro. La cultura non deve consegnare agli altri ciò che gli interessa, perché è troppo facile lavorare sul territorio vincente, bisogna invece avere il coraggio di mostrare il proprio credo a chi non lo comprende. Noi artisti il più delle volte siamo speranzosi, non credenti. Ma nella speranza ci si rifugia per avere la sensazione di benevolenza attorno, il credo invece è una responsabilità e questo lo dice la vita stessa. Il mio è lo stesso sin dal 2002 e non è mai cambiato. È ovvio che all’inizio ho preso solo sberle, non avevo la benzina alla macchina, dormivo con 8 gradi in camera, non avevo da mangiare e quindi, quando dico ai ragazzi di credere in un sogno non nascondo che la strada è molto lunga, tortuosa e piena di sofferenza ma che se hai tenacia il tempo ti darà ragione.

Alcune puntate del programma hanno avuto come tema la paura. C’è un suono nei suoi ricordi che l’ha spaventata o che tutt’ora la spaventa?

La paura fa parte dell’uomo, quindi bisogna accoglierla, anche perché in ogni modo te la ritrovi davanti. Da piccolo avevo paura di perdermi nel bosco e ciò mi è rimasto tutt’ora, infatti ancora oggi se mi inoltro tra gli alberi, continuo ad avere quella sensazione di terrore. Però davanti alla paura o scappi o le vai incontro. Ad esempio, quando creo dei suoni che rievocano determinate immagini, mi escono suoni che fanno paura e a quel punto lo spettatore non può fare altro che voltarsi o entrare nel bosco assieme a me. Il valore sonoro è dettato dallo spazio che intercorre tra un suono e un altro, quindi la paura non ha una produzione simultanea di più suoni, perché ne basta uno ed è talmente penetrante che il più delle volte non serve neanche abbia un’estrema dinamica. Il silenzio è lo spazio necessario della relazione e della potenza del suono. Per cui i rumori che fanno paura sono univoci e tra quello riprodotto e il restante, che è la continuazione della paura, intercorre molto tempo. È come il Tao, il bianco e il nero.

Cosa rappresenta per lei il concetto di canto come “costruzione collettiva”?

La scimmia scende dagli alberi e la prima cosa che fa è mettersi in cerchio perché quella è una strategia salvifica, attraverso essa ha tutti i lati di controllo di qualsiasi punto in cui si trova. Il canto, che è l’espressione di un alter ego, partendo dal cerchio diventa una forza perché acquista una funzione spirituale. L’energia che trovi nel cerchio non la troverai mai in altre maniere, nonostante il numero di persone che cantano sia lo stesso. Tutto ciò accade perché è questo il senso della comunità. Il cerchio ristabilisce la grande energia dell’uomo e per me è l’ideale che attraverso esso si possa determinare quell’uguaglianza che tutti speriamo, anche perché chi ne fa parte ha un compito ben preciso, quel punto infinito che sta nella circonferenza. Dio è il centro e la distanza è il raggio. Egli è nel suono.