Davide Shorty, fusion dalla nascita

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ph. Alberto Romano

Posso dirti che sono un rapper, strimpello un po’ tutti gli strumenti ma non mi sento un polistrumentista, mi piace un po’ saltare sugli strumenti e fare uscire il suono che mi piace.

La penultima serata del Festival di Sanremo è stata inaugurata dalla categoria Nuove Proposte, ad aggiudicarsi il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla è stato Davide Shorty. Palermitano cresciuto nel segno delle più disparate influenze musicali che spaziano dal funk al rap, passando per i jazzisti e i cantautori nostrani, Davide Shorty vanta una carriera iniziata nel 2007 e che lo ha visto collaborare con artisti come Elio e Daniele Silvestri. Dall’Ariston al nuovo album “fusion a metà”, Davide Shorty racconta ad OFF le sue influenze e il suo percorso alla vigilia della finale.

Nella tua esibizione all’Ariston abbiamo visto una commistione di generi diversi tra loro, ci sono dei modelli che hanno influenzato la tua musica?

Ti dico, ho iniziato ascoltando quello che mi davano i miei genitori quindi Pino Daniele, Sting e i Pink Floyd. Crescendo ho iniziato ad ascoltare i Nirvana, molto rap, e tantissimo cantautorato come Battisti e poi Othelloman, rapper storico di Palermo, che è stata la prima persona a credere in me. Amo l’hip hop influenzato dal jazz, un esempio è J Dilla che ha rivoluzionato il modo di fare le basi e i campionamenti su cui ho persino fatto la mia tesi di laurea. Per il jazz ci sono Miles Davis, Bill Evans e Chet Baker che è quello che mi ha influenzato di più, oltre a rapper come Black Tought (frontman della band di Jimmy Fallon), Common, Kendrick Lamar. Come puoi ben vedere c’è veramente di tutto.

Pensi che sia la componente rap a rendere più appetibile le tue altre influenze musicali (Jazz, Funk…)?

Non lo saprei dire, io faccio semplicemente musica e non mi pongo il problema della vendibilità del pezzo ma resto fedele a quello che è il mio bisogno espressivo.

Arriva il momento dell’esordio a Sanremo, come hai vissuto l’esperienza della prima serata?

È stato emozionante a livelli impensabili, sono arrivato già caldissimo perché mi ero riscaldato prima con la mia coach, un vero e proprio angelo custode. Arriva il momento: salgo sul palco e mi accorgo che non avevo nulla negli auricolari, così me li tolgo sperando di sentire qualcosa e fortunatamente anche se non sentivo abbastanza sono riuscito a fare il pezzo e dando tutto quello che potessi dare. Mi sono divertito e ho cercato di godere di questo momento così raro adesso, perché questo è il palco dell’Ariston sì ma più in generale è un palco e stare sul palco dopo così tanto tempo è meraviglioso. Per noi artisti è pane quotidiano e rivivere questa emozione è come respirare dopo una lunga apnea, se ce lo togli stiamo veramente male.

Cos’è per te Sanremo? Uno spartiacque, una gara o una tappa in più?

È un grandissimo amplificatore, per quanto mi riguarda è una grandissima piattaforma da sfruttare per massimizzare il mio messaggio e far arrivare la mia musica dove non è ancora arrivata. È stata un’esperienza davvero importante, dal punto di vista professionale come da quello artistico visti gli artisti presenti. Con loro c’è uno scambio importantissimo che va al di là di qualsiasi competizione, lo spirito di condivisione sostituisce ogni ragionamento da gara. Non ci interessa metterci in competizione con l’altro anche perché siamo molto diversi tra di noi e sarebbe stupido, anzi se posso dirti sono estremamente ispirato dal percorso di ogni singolo artista salito sul palco, con alcuni di loro eravamo già amici prima di Sanremo e sono felice di aver conosciuto ragazzi che prima di essere grandi artisti sono bellissime persone.

Quindi nonostante la situazione particolare avete avuto modi di confrontarvi?

Siamo stati fortunati perché la maggior parte di noi giovani ha fatto un percorso precedente al Festival che ci ha permesso di vederci settimanalmente, almeno fino alla finale delle selezioni a dicembre. Avevamo un primo gruppo Whatsapp inizialmente chiamato “Tutti tamponati” e che abbiamo mantenuto per rimanere sempre aggiornati, ora si chiama “I sopravvissuti”.

Finito il Festival, quali progetti firmati Davide Shorty ci aspettano?

Oggi (05/03) è uscito “fusion a metà”, scritto come avrai notato tutto in minuscolo perché mettere il Caps Lock è come urlare, quindi non sussurrato ma molto calmo e allo stesso tempo categorico. Una fusione di generi musicali, di culture, ed essendo siciliano sono già fusion di natura. Musicalmente è l’insieme di tutto quello che mi piace e di tutte le persone che stimo, sicuramente un disco che non corrisponde a nessun tipo di logica commerciale e che non cerca compromessi per farsi piacere ma è stato scritto come un’urgenza che spero venga recepita come la intendo.