Céline, profeta “maledetto” per palati fini

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Agence de presse Meurisse [Public domain]

Un’umanità sovrabbondante, piena, sfaccettata. Incompresa e incomprensibile. Una storia  maledetta, disincantata e raffinata. Insomma: è impossibile contenere totalmente il genio di Céline (al secolo Louis Ferdinand Auguste Destouches). Neanche dopo aver spulciato l’enorme mole di testimonianze e documenti inediti pubblicati da Bietti e curati da Andrea Lombardi (probabilmente il più grande esperto in Italia dell’opera del medico-scrittore francese): Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse. Scritti, interviste, lettere e testimonianze (Milano, pp. 496 €25). Un testo per palati fini. A certificarlo è Stenio Solinas, autore della prefazione e cultore di un autore dalla biografia fin troppo complessa. 

Una somma di assaggi per conoscere il profilo caratteriale dell’uomo che ha concluso la propria vicenda personale in sostanziale isolamento a Meudon: «Céline, per me, era un uomo del Medio Evo o del Rinascimento ritornato sulla Terra, che mal sopportava il XX secolo. Era proprio un gran bel tipo», ricorda Georges Geoffroy. «Non è mai stato anarchico, no, no… Perché anarchico? A parte questo, faceva delle buffonate, faceva l’orso, sai così, imitava l’orso. Massì, aveva dei lati infantili a volte, dei lati buffi. Pensava di avere una testa regale ma faceva il giocherellone, il mattacchione insomma; ma mica in pubblico, tra di noi», dice invece il pittore Gen Paul, che del medico dei poveri fu prima grande amico e poi grande nemico.  

Louis-Ferdinand Céline. Un profeta dell’Apocalisse

Il racconto di Colette Destuches-Turpin (ovvero l’unica figlia) è sicuramente tra i più intimi di Céline e ci restituisce il caleidoscopio delle sue passioni. «Scriveva soprattutto la notte, dormiva pochissimo. Il muro era completamente pieno di scritte, parole, frasi annotate… Alla fine della scrittura del Voyage au bout de la nuit – racconta – non c’era quasi più spazio. Era molto anarchico, non aveva un ordine preciso. Mio padre scriveva tutto ciò che gli passava per la testa, ma riusciva sempre a ritrovare il lo… La sera, mi raccontava delle fiabe e mi metteva a dormire; quando mi addormentavo, prendeva a scrivere. Solamente, teneva accesa la lampada della sua scrivania per buona parte della notte. Avevo il sonno leggero, e non era facile dormire». 

Il racconto continua: «Di tanto in tanto mi chiedeva: “Dormi, Colichon?”. “Sì, papà”. Facevo finta di dormire. Mi faceva la stessa domanda un po’ più tardi. Non rispondevo più, ma tenevo un occhio aperto e lo guardavo. Avevo difficoltà a prender sonno con la luce accesa. Ma, soprattutto, parlava da solo e a voce molto alta, si alzava, andava in giro parlando ancor più forte. Mi spettavano tutti i personaggi, che si lavano innanzi a me e che speravo morissero presto. La notte era molto lunga… Parlava da solo anche durante la giornata e mi ascoltava distrattamente con un sorriso gentile. L’ho anche sentito ridere di quel che aveva appena detto a sé stesso». Non rideva, invece, quando, per i mal d’amore della figlia, proponeva una cura lapidaria: «Dovevo rimanere nubile. L’idea che potessi un giorno sposarmi era per lui intollerabile. Dovevo mettermi in testa che gli uomini erano tutti poligami: era la natura a volere così». Insomma, un ricordo assolutamente coerente con il Céline che tutti conosciamo.