Pennetta e Vinci, campionesse, anzi lottatrici arcaiche

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4 color evidenceNon si credeva nemmeno fossero esistite, le gladiatrici. Forse perché sparirono nel 200 d.C. dopo il divieto di Settimio Severo di impiegare nella lotta le schiave. Forse perché la guerra femminile appariva grottesca all’occhio dei romani.

Svetonio però ricordava bene le phoeminae in lotta alla luce delle torce,  Marziale le loro armi leggere e Giovenale maliziosamente sognava i loro seni esposti nei duelli. Star della guerra, i loro fan le seguivano in migliaia dalla città turca di Bodrum (l’antica greca  Alicarnasso) all’inglese Southwark sul Tamigi. Di due di loro, Amazon e Akillia, abbiamo quasi uno scatto, una foto dell’antichità nella Stele di Alicarnasso.

Sono tornate le gladiatrici, schermitrici, pallavoliste, nuotatrici, tenniste. Non mostrano il seno, ma i glutei come Serenona Williams, direttamente uscita da un sexi videoclip dei 5 cent. Non sono schiave dei negrieri, ma della moda, della pubblicità, dei diuretici e dei tacchi. Ci guadagnano milioni di dollari, solo per restare al tennis, 5 per la bielorussa Azarenka e la russa Sharapova, 3 per l’americana Williams. Fino ad ieri molto meno per le italiane, addirittura solo mezzo milione per la Pennetta. Fino a ieri.

Oggi le leader sono due gladiatrici italiane, Akillia Pennetta e Amazon Vinci, direttamente scese dall’antico impero della Magna Grecia romana e dalle Pulie bizantine per frantumare la numero uno e due del mondo tennistico nel cuore dell’impero contemporaneo di New York.

Gli italiani avevano già beffeggiato l’11 settembre americano festeggiando le migrazioni mussulmane a Venezia. Ben peggio, lo stesso giorno, la superoina Amazon Vinci ha messo in ginocchio, o meglio a 90 gradi, l’osannata nera beniamina della racchetta a stelle e strisce fermata dopo uno slam da 32 vittorie. Con la differenza che l’amazzona Roberta ha chiesto scusa agli americani, dopo aver preteso almeno un applauso nel silenzio mortale dell’agonia sportiva della rivale.

Poi a beffa finale, la gladiatrice vincente ha annunciato il suo ritiro, liberazione da tanto circo. “Liberate” (“Apeluthesan”) recita anche la Stele, alludendo all’affrancamento concesso per le due eroine dopo il combattimento. Come al duello finale degli open Usa tra le tenniste gladiatrici italiane c’era il premier, così nella Stele di Alicarnasso è presente l’imperatore liberatore di Amazon e della mancina Achillia.

Molti i misteri in un opera, all’epoca replicata in grandi quadri, che ha attraversato le ere pagana, cristiana e musulmana attraverso 6 secoli di sovrapposizione della scritta greca del II secolo e dell’arabopersiana dell’VIII, e la distruzione nel bassorilievo della raffigurazione degli effetti di una tempesta elettrica, tra fulmini e ruote-dischi solari, obelischi in crollo, navi in fiamma, famiglie in fuga, forse indotti  da mano imperiale, forse dall’antico mito dell’elettricità della Pila di Bagdagh.

Ne parla per i tipi di Arbor Sapientiae Editore nel recente volume l’“Apeluthesan”, l’eclettico Lucio Castagneri, genovese, artista, pittore, attore e sindacalista creativo, che ci fa invaghire delle lottatrici, ben rappresentate fisicamente, non belle, ma determinate. Volti tesi e rugosi dallo sforzo e dall’ira che ne fanno delle veterane di guerra su corpi più giovani dello sguardo.

Ci riporta ad una vicenda umana avvenuta nel porto, davanti al Mausoleo di Erodoto, nel mezzo di un grave disastro che ricorda l’odierna marea immigratoria dal mare. Alla base della Stele altre particolarità, quali due oggetti, forse due 2 elmi poggiati di lato in terra, forse le teste stilizzate di un ipotetico pubblico.

Da oggi l’ipotesi più credibile, è che siano forse due racchette, quelle di Akillia Pennetta e Amazon Vinci. Che il cinema, il teatro e la letteratura non tema di liberarle  e di celebrarne la gloria.