Guido Fink, il critico che bastona (anche) i classici

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Guido Fink, Nel segno di Proteo, Guaraldi, 2015

La critica letteraria è morta. La frase non è provocatoria, è ormai legge, solo all’Università fan finta di non porsi il problema, con le fette di prosciutto sul microscopio. Le case editrici sono preda dell’editor, l’unico indice di autorevolezza estetica è la classifica delle vendite, notoriamente falsata. Per questo, un personaggio come Guido Fink, che quest’anno ne fa 80, è un residuo del passato remoto, anzi, uno scheletro nell’armadio dell’italica idiozia.

Nato a Gorizia, cresciuto a Ferrara e laureatosi a Bologna, straordinario prof in questa parte di mondo (Bologna e Firenze) e nell’altra (ha insegnato a Princeton, alla Ucla e a Berkeley), Fink è un anglista formidabile. L’altra metà della sua vita è stata il cinema: esegeta di William Wyler, Orson Welles, Michelangelo Antonioni, Robert Altman, per altro l’ebreo Fink il cinema l’ha pure fatto, curando l’edizione sottotitolata in italiano di Schlinder’s List.

Per festeggiarlo, l’editore Guaraldi ha mandato in stampa Nel segno di Proteo. Da Shakespeare a Bassani (Rimini 2015, pp.414, euro 24), curato dal giornalista e romanziere Roberto Barbolini, che si è destreggiato tra il cumulo di scritti del geniale studioso. Non mancano i giudizi sugosi: potete lasciar perdere John Updike, che «si ostina a scrivere come Sinclair Lewis, magari con un po’ di pornografia in più»; d’altronde, anche l’ironia di Gore Vidal è «a lungo andare grossolana» e i libri di J. D. Salinger si riducono «a una pura e semplice elencazione di nomi, “caricati” di particolari virtù carismatiche ed evocatrici». Leggendo Ti con zero, poi, Fink non perdona a Italo Calvino il fatto che «non sia ancora pervenuto a risultati veramente maiuscoli».
I saggi di Fink sono godibilissimi, ci fanno capire quanto siamo cretini e quanto dobbiamo studiare. Un pregio. Ma in questi tempi, in cui tutti nascono imparati, non importerà a nessuno leggerlo.