Federico Italiano, un Johnny Depp inabile alla guerra

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JhonnydeppLibriIn poesia, la strategia conta più dell’istinto. Federico Italiano è un poeta nato con la camicia, il Messia della new wave della lirica italica. Ha esordito nel 2003 (Nella costanza, per le Edizioni Atelier), ha piazzato un “libro d’arte” nel 2006 (I Mirmidoni, per Il Faggio), introdotto da Giancarlo Majorino, è esploso nel 2010 con L’invasione dei granchi giganti, per Marietti, sotto l’ala di Davide Rondoni, che parlò di lui come di un poeta che “tenta le vie di una possibile epica per il nuovo millennio”. Ora è in libreria con L’impronta, elegante collana sperimentale (“i domani”) curata dal più autorevole critico letterario del nostro tempo, Andrea Cortellessa.

Fin da subito, Federico Italiano è piaciuto a tutti, a destra e a sinistra, a proletari imborghesiti e a cattolici pancioni. E lui, strategicamente, non ne ha sbagliata una. Conterà, pure, il fatto che è belloccio (somiglianza inquieta con Johnny Depp) e che pur essendo di Novara, “nato e cresciuto tra le risaie piemontesi/ dove onde minuscole screziano/ la perfezione dei rettangoli e dei trapezi”, vive da anni in Germania, insegna a Innsbruck e a Monaco di Bavera, da del tu a Michael Kruger, il più autorevole e influente poeta teutonico, con cui, per la Hanser Verlag, ha curato una antologia della poesia italiana del secondo Novecento. Strategicamente, un colpo perfetto. Autore coltissimo, con una passione particolare per Josif Brodskij, Saul Bellow, Paul Celan e Seamus Heaney, Italiano, a dispetto del cognome, è il primo poeta italiano davvero europeo, che parla in tedesco, fa lezione in inglese, traduce dallo spagnolo e scrive nella lingua di Dante.

L’ultimo libro, in sintesi, atteso con desiderio (la sezione “Invasioni”, della raccolta precedente, catalogava alcune poesie memorabili, da far gialli d’invidia i vari Cucchi, De Angelis e compagnia di laureati in selfie), denuncia i pregi e i difetti dell’italiano in Baviera: stilisticamente impeccabile (pare il Nabokov della lirica nostrana), rende in versi esatti e rotondi ogni cosa, dalle sardine scongelate nella “loro ultima acrobazia acquatica” al “canto di una rana”. Unisce l’ansia epica di Pindaro alla retorica di Gorgia (per cui, in fondo, tutto è uguale al suo contrario), piluccando dalla teologia del Gruppo 63. Il problema, appunto, è che non basta essere dei virtuosi del verso. Bisogna affondare la lama nel cuore del dolore. E Italiano nell’armeria ha cappelli con le piume, botti di champagne, maschere veneziane. Non è adatto alla guerra.

 

2 Commenti

  1. Già, ma Federico Italiano è nato in un cortile di Romentino, i nostri nonni parlavano in dialetto, i soldi erano molto pochi e i borghesi stavano nella sezione A. Abbiamo suonato nella piazza di Pamplona per mangiare, raggiunto Parigi in autostop, dormito a casa di algerini nella banlieu, e non sapevamo che cos’erano i fighetti. A volte la perfezione è una forma di difesa. E Federico la guerra la fa a voi, e la vince sempre, e voi manco v’accorgete.

  2. Ecco, è una silloge prefata da Cortellessa: meglio lasciar scorrere! Basta con la critica saccente di stampo marxista o di Sinistra. Recuperiamo la lezione di De Robertis o quella di Falqui! Lasciamo codeste opere al manifestaccio: servirebbe un “cordone sanitario”!

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