Francesca Genna: il sole di Marsala sopra di me e l’AI…fuori di me

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Sole di Marsala contro l'Algoritmo: Francesca Genna e la rivolta dell'arte siciliana all'A.I.
Erbario Mediterraneo libro d'artista, 2020 Cartella fatta a mano rivestita in stoffa contenente: 12 stampe calcografiche, tratte da lastre fotopolimere ed acquetinte montate in un pieghevole, e 4 cianotipie tavole sciolte. Misure libro chiuso: 300x208x15mm. aperto: variabile.

Francesca Genna (Marsala, 1967) artista visuale, professoressa di incisione, ricercatrice di metodi alternativi a basso impatto, scrive per le pubblicazioni universitarie dei suoi gruppi di ricerca che sviluppa in Italia e all’estero, è madre e giardiniera. Vive nella campagna sud di Marsala, che aveva lasciato alla fine degli anni ottanta e dove è ritornata all’inizio del nuovo millennio per insegnare all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dopo anni di formazione a Firenze e numerose esperienze professionali in giro per l’Europa. L’abbiamo intervista nel suo atelier naturale, la campagna intorno a Marsala dove è in corso una sua importante mostra personale.


Insegni Tecniche dell’incisione sostenibile, quale futuro avrà nell’epoca dell’A.I e la creatività gestita dagli algoritmi?

Un grande futuro! Proprio in risposta all’A.I. sento sempre più di giovani che desiderano tornare a lavorare con le mani. Nel campo della sperimentazione con i materiali sostenibili poi, penso che l’incisione stia già vivendo la sua epoca di rinascita, perché questo medium dai risultati incerti implica molti fattori di sorpresa a fronte di una grande economia di mezzi. E c’è poi la manipolazione diretta del materiale che può risvegliare forze sconosciute, generando impressioni multiple attraverso un reale lavoro fisico.

Pratichi e sviluppi l’Antotipia, antica tecnica di stampa fotografica ecologica, cos’è questa tecnica attribuita a Sir J Hershel (1842)?

Mi appassiona perchè tratta dell’apparizione di un’immagine tramite la luce solare. Tutto il resto è praticamente connesso alla domanda precedente: l’imprevedibilità dei risultati portato alle estreme conseguenze fino alla sparizione dell’immagine stessa, e la possibilità di spostare lo sguardo oltre gli schemi abituali. Devo dire però che ho deciso di non includere qui questo corpus di lavoro esposto nella mostra a Marsala, che sarà presentato in maniera autonoma in altra sede.

Che relazione c’è tra Antotipia, fotografia e sostenibilità ambientale?

Possiamo dire che l’Antotipo è una specie di antenato della fotografia “a colori”, elaborato ancora prima della fotografia stessa. Il suo inventore, sir John Hershel è stato un instancabile sperimentatore di metodi per “disegnare con la luce”: è lui che ha inventato anche la Cianotipia e il nome stesso di “fotografia” suggerito poi a William Talbot. Ma la cosa più importante è che per la realizzazione dell’Antotipo non si usa alcuna sostanza chimica, per questo ci interessa oggi: il processo si serve di acqua, fiori e sole ed è quasi una co-creazione con le stesse forze della natura.

Come nasce la tua mostra “Di Terra di mare” nell’Ex Convento del Carmine a Marsala, dove sei tornata a vivere dopo anni di nomadismo all’estero?

La mostra nasce da uno studio visit del curatore Enrico Caruso nel mio laboratorio. ne è nato un dialogo molto interessante da cui è scaturito il desiderio di condividere le mie esperienze visualisul luogo e nel luogo. Caruso, da architetto e profondo conoscitore del Convento, ha ideato il percorso espositivo che si articola tra libri d’artista, stampe, dipinti e installazioni, tracciando un attraversamento poetico e materiale tra terra e mare, da cui il titolo. La selezione presentata all’Ente Nazionale di Pittura Ex Convento del Carmine del comune di Marsala, include le diverse realtà locali, e da vita a questa mostra costituita da oltre cinquanta opere con molte inedite.

Quali novità hai esposto?

Per dire la verità non penso di avere introdotto vere e proprie novità visto che quasi tutto è già stato fatto in arte, e anche le tecniche sperimentali e alternative hanno una radice storica che anzi cerco sempre di evidenziare. Piuttosto qui per la prima volta, ho raccolto e restituito al pubblico le ricerche sviluppate nell’arco degli ultimi dieci anni, nel campo dell’incisione sostenibile prima, e della stampa d’arte alternativa più recentemente. Si tratta di esperienze che pur rimanendo molto legate all’immagine stampata, tendono in qualche modo all’incertezza del limite. Ho tentato di registrare non l’oggetto in sé, ma la sua traccia, lasciata attraverso la luce del sole o la pressione materica sull’inchiostro, in modo da generare una diversa fisicità.

Che obiettivo vi siete posti in questa mostra?

L’obiettivo iniziale era fare ordine. In linea con il titolo della mia residenza che si svolge in questo stesso periodo a Gibellina che è: “Riordinare il tempo”. E i lavori più significativi per me non a caso sono il primo e l’ultimo in ordine cronologico. Ho potuto montare di nuovo il lavoro “Tracce/Traces” presentato a Roma nel 2016 nell’omonima mostra personale, ma in maniera ampliata e mi ha fatto desiderare di riprendere il discorso, composto da 75 incisioni calcografiche eseguite con tecniche e materiali non tossici. “Tracce/Traces” sono le impronte lasciate sul terreno, di pneumatici sulla sabbia, ma soprattutto i segni degli scarafaggi sulla sabbia delle dune. Con questo lavoro tento di rispondere alla domanda Che cosa resta del nostro passaggio?

Botanica e arte in linea con l’ecosofia contemporanea, come ti inserisci in questa fenomenologia botanica?

Lavorando senza definirmi in nessuna corrente o tendenza. L’ultimo lavoro in ordine temporale è invece la serie di monotipi botanici, che è una rivisitazione contemporanea della “Impression Naturelle” sviluppata tra il XVIII sec e il XIX. Senza pretese botaniche, rappresenta anche qui un tentativo di riordino, misurazione e riflessione sulla diversità che mi circonda, a partire dalle erbacce del mio giardino. L’idea è di portare direttamente la natura sul tavolo di osservazione presentando l’impronta materiale che, come un’impronta digitale, può ricondurre ad una identità e allo stesso tempo alla dimensione dell’invisibile, come la stanza dell’Hedera, pensata insieme al curatore proprio per l’ambiente in cui si trova. E poi la sezione di mare, in larga parte eseguita con la tecnica della cianotipia, con cui abbiamo quasi sommerso gli ampi ambienti di blu ciano.

La cianotipia perché ti appassiona e quando hai iniziato a praticarla?

Per prossimità penso: si trae sempre ispirazione da ciò che ci circonda immediatamente. La natura ha sempre influenzato molto il mio lavoro, ma è stato durante la pandemia, bloccati in casa, che ho cominciato a sviluppare questo che si chiama Piante viaggiatrici. Già da qualche anno avevo ripreso ad approfondire le tematiche di arte e natura grazie al collettivo “Recolectoras” nato all’università Complutense di Madrid. Ne avevo proprio bisogno: dopo anni passati ad occuparsi dei metodi meno tossici per fare incisione, e delle strategie di insegnamento, dal 2017 mi sono concentrata sulla produzione artistica tra pari ed è stata una vera boccata d’aria. Ma non vorrei neanche essere scambiata per una che cerca di vivere una specie di Arcadia. io vengo dal mondo agricolo e dall’abitudine alla trasformazione della materia. per questo ho dedicato la mia mostra al primo giardiniere della mia vita: mio padre che era presente con i suoi 92 anni.

La Cianotipia piace ai giovani della generazione Zeta, perchè?

Certo! Ti elenco i motivi principali, precisando che il mio approccio alla tecnica è anti-strutturale, con il fine di sospendere temporaneamente l’ordine per cercare un coinvolgimento anche più fisico e giocoso, che possa permettere una maggiore apertura al caso ed all’immaginazione. Piace ai giovani perchè in primis c’è la collaborazione generata dai gruppi; poil l’azione della natura nel processo di formazione dell’immagine, predispone allo sviluppo dei nostri cianotipi sempre e solo alla luce del sole, sia per rendere autonomo il lavoro degli studenti e non dipendere da una macchina, sia per risparmio energetico.

Quale consigli dai ai ai giovani che scelgono di fare l’artista?

Non penso di essere la persona migliore per dare consigli. per più di vent’anni ho lavorato per la costituzione di laboratori per l’incisione più sostenibili ma non sono riuscita a cambiare il mio di appartenenza: non è cambiato molto nelle pratiche diffuse all’Accademia di Palermo. La mia ricerca non era solo rivolta ad un’intenzione salvifica ma ad una necessità di trovare “visioni”, sia a livello estetico che concettuale. quando ho scritto “incisione sostenibile” non volevo solo cambiare le ricette, ma stavo cercando una risposta umana al mio stare nel mondo come artista, docente di incisione, e madre. ovvero: che mondo avrei contribuito a lasciare ai miei figli? La verità è che penso che oggi non abbiamo più scuse: gli artisti hanno a disposizione una grande varietà di mezzi più sostenibili per fare incisione e stampa d’arte. Tuttavia l’arte non è esente dal cosiddetto greenwashing che viene attuato in tutti i campi,e spesso si rischia di usare parole al posto di azioni… Ho sentito dire che “ora che c’è la pandemia/la guerra/ ecc. non c’è tempo per fare gli ambientalisti”. Mi sento a disagio con queste affermazioni ed anche con l’etichetta “ambientalista”. Noi viviamo e siamo persone ed incisori ed artisti nel nostro tempo e nel nostro ambiente, e come tali dobbiamo fare le nostre scelte in qualsiasi campo agiamo. È nella costruzione del rapporto fra l’uomo ed il suo pianeta che ha un posto la costruzione di un laboratorio senza sostanze tossiche.

La tua mostra a Masala sarà itinerante?

Intanto sarà presentato entro maggio il catalogo edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, poi si vedrà. Inoltre continuo a lavorare in un collettivo di artiste dal 2017 a Madrid. A questa si sono aggiunte altre esperienze significative, come quella del “Pure Print Porto Alegre” in Brasile del 2018 e del progetto legato a Maria Graham del 2021-25 che è partito dagli Stati Uniti e che poi mi ha condotta alla residenza di Valparaiso in Cile nel 2023, se son rose fioriranno !

A quale progetto stai lavorando?

Il prossimo progetto è con le “Jardineras” formato da Marta Aguilar, Eva Figueras, Manuela Candini e me: a giugno saremo ospitate in residenza nel centro d’arte e laboratorio di incisione specializzato in tecniche di stampa d’arte aLfaRa StuDio a Salamanca.

Qual è il tuo sogno?

Mi piacerebbe poter finalmente avviare un laboratorio di incisione sostenibile serio all’Accademia di Palermo.

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