Nella pittura di Gian Piero Viglino la luce non illumina: emerge. Affiora lentamente dalla superficie, attraversa le velature, apre profondità inattese dentro immagini che sembrano sul punto di dissolversi. È una pittura che richiede tempo, silenzio e distanza dal rumore visivo contemporaneo.
La mostra Oltre il fiume, visitabile fino al 15 giugno negli spazi di Grifo Finance a Milano, e curata da Sergio Mandelli e Thanh Thao Ly thi, attraversa differenti momenti della ricerca dell’artista cuneese: dai paesaggi immersi nelle nebbie delle Langhe agli animali esotici, fino ai lavori più recenti, dove il riferimento naturale perde progressivamente consistenza descrittiva per trasformarsi in atmosfera, gesto e vibrazione cromatica.
La pittura di Viglino non cerca mai la descrizione. Semmai l’evocazione. È una pittura che sembra emergere lentamente dalla superficie, come una memoria che affiora. Le sue opere chiedono allo sguardo di sostare, di adattarsi al ritmo lento delle velature, delle trasparenze, delle zone d’ombra. In questo senso il titolo della mostra appare particolarmente significativo: “oltre” non è soltanto un luogo simbolico, ma un esercizio dello sguardo.
Lo stesso artista racconta come il rapporto con la natura abbia rappresentato il punto di partenza della sua ricerca. Negli anni Ottanta lascia Torino per trasferirsi in un bosco, interrogandosi sulla possibilità stessa di dipingere ancora il paesaggio dopo secoli di storia dell’arte. Da quella domanda nasce un linguaggio personale che nel tempo si allontana dalla rappresentazione per arrivare a una sorta di condensazione poetica della natura. Non una narrazione, ma una presenza.
Determinante è anche la tecnica, che per Viglino coincide con una disciplina quasi rituale. Ossidi, acrilici, tempere, tavole preparate per assorbire la materia pittorica e poi restituirla attraverso una superficie vibrante, attraversata dalla luce. Le vernici a base d’alcol e gommalacca, le cere finali, le numerose mani necessarie per ritrovare toni e mezzitoni costruiscono un processo lento e complesso, dove il tempo diventa parte integrante dell’opera.
Osservando questi lavori si comprende come la luce non serva a illuminare la scena, ma a generare profondità. Le immagini sembrano aprirsi dall’interno, come se custodissero uno spazio ulteriore oltre la materia. È forse qui che emerge il legame con la pittura seicentesca, scoperta fondamentale per l’artista, e con la magia delle velature che da allora costituiscono la sua cifra stilistica.
Il titolo della mostra rimanda inoltre a un episodio drammatico della biografia di Viglino: l’alluvione del Tanaro del 1994, che cancellò in una sola notte lavori, ricordi e anni di vita. “Oltre il fiume” diventa così metafora di una sopravvivenza artistica ed esistenziale, della capacità di reinventarsi dopo la perdita.
Non è un caso che nel racconto dell’artista compaia anche Il capolavoro sconosciuto di Balzac, il celebre testo dedicato al pittore Frenhofer, ossessionato da un’opera continuamente inseguita e mai conclusa. In fondo anche la ricerca di Viglino sembra abitare quella soglia sottile tra visibile e invisibile, tra forma e dissolvenza.
La scelta di ospitare la mostra negli spazi di Grifo Finance apre inoltre una riflessione interessante sul rapporto tra arte e impresa. Un dialogo che Sergio Mandelli sottolinea come possibilità concreta di collaborazione tra visione artistica e progettualità economica. Non una semplice sponsorizzazione, ma un tentativo di riconoscere all’arte una funzione culturale capace di produrre valore condiviso.
La forza di questa mostra sta nel ricordarci che alcune visioni diventano davvero visibili soltanto quando si ha il coraggio di andare oltre la superficie.














