Fatum Futura di Simona Uberto

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Fatum Futura, produce una lieve dislocazione. Non ha nulla di spettacolare, non si impone: agisce in sordina, come una variazione minima che però modifica l’intero campo visivo. Lo sguardo, quasi senza accorgersene, smette di essere neutro e diventa instabile, esposto.

Simona Uberto, costruisce da oltre trent’anni una ricerca che si muove lungo una soglia incerta, dove l’immagine non coincide mai del tutto con ciò che mostra.

Le sue opere non si offrono completamente. Restano in una zona intermedia, trattenute, come se qualcosa le sottraesse a una piena disponibilità. È in questa sottrazione che si attiva la visione: non più presa diretta sul reale, ma esperienza che implica scarto, esitazione, ripensamento.

L’antologica allestita negli spazi di Bipielle Arte di Lodi, a cura di Maria Laura Gelmini, costruisce un andamento non lineare, fatto di ritorni, condensazioni, accelerazioni improvvise. I trent’anni di lavoro non si organizzano in sequenza, ma si addensano in nuclei percettivi, come se ogni fase contenesse già le altre in forma latente.

All’origine c’è un gesto elementare: posare lo sguardo. Ma in Uberto questo gesto non coincide mai con un atto di registrazione. Le prime serie urbane – Interferenze, Aggregazioni, Appartenenze, Incontri – mostrano la città come un sistema che eccede la visibilità immediata. Le figure si rarefanno, si distanziano, diventano presenze minime – talvolta ridotte a sagome, a profili che sembrano trattenere il movimento sulla superficie stessa dell’opera – all’interno di una trama più ampia che le attraversa.

Non c’è racconto, né centralità. Piuttosto una distribuzione: corpi come segni, traiettorie come indizi. Lo spazio si struttura per campi, per tensioni interne, e ciò che sembrava descrizione si rivela costruzione percettiva. La realtà non scompare, ma si rende opaca.

È in questa opacità che il lavoro comincia a spostarsi.

Con Fata Morgana, il paesaggio entra come elemento instabile. Non è apertura, ma disallineamento. Il mare e il cielo,  archetipi di continuità, diventano superfici incerte, soggette a inversioni, duplicazioni, slittamenti. L’orizzonte non orienta più: si frantuma, perde funzione.

Qui l’immagine non offre appoggio. Trattiene lo sguardo in una condizione di sospensione, dove riconoscere non basta più. La luce incide come una forza che separa e insieme confonde; ogni dettaglio sembra sul punto di trasformarsi in altro.

È in questo passaggio che la lettura di Simona Bartolena,  nel saggio dedicato all’artista, trova una risonanza precisa: non si tratta di paesaggi, ma di apparizioni instabili, che mettono in crisi il rapporto tra visione e verità. Non c’è restituzione del mondo, ma un suo scarto interno, un tradimento necessario.

Un’intuizione che richiama, per affinità, ciò che René Magritte chiamava “attimo di panico”: non uno shock, ma una frattura minima tra vedere e riconoscere. Uberto lavora esattamente su questa soglia, ma lo fa senza enfasi: non produce rotture evidenti, piuttosto incrinature progressive, quasi impercettibili.

Il processo è lento, stratificato. La fotografia è solo un passaggio, mai un esito. L’immagine viene attraversata, rielaborata, riportata a uno stato di instabilità in cui il riferimento originario si allenta fino a scomparire. Quello che emerge non è una trasformazione evidente, ma una nuova condizione visiva.

Da qui una leggerezza che non coincide con facilità. Ogni opera porta con sé una densità di lavoro che resta in parte invisibile: un equilibrio sottile tra intervento tecnico e sensibilità manuale, tra precisione e perdita di controllo.

Il titolo, Fatum Futura, tiene insieme due forze opposte: ciò che è già stato pronunciato e ciò che resta in sospeso, ciò che precede e ciò che ancora non ha forma. Le immagini si collocano esattamente in questo spazio di tensione, dove il tempo non è né lineare né risolto, ma continuamente in bilico.

Anche l’allestimento, negli ambienti progettati da Renzo Piano, contribuisce a questa condizione. Non guida, non orienta in modo definitivo. Piuttosto espone il visitatore a una progressiva perdita di coordinate, invitandolo a rinegoziare continuamente il proprio modo di vedere.

Non si esce con una sintesi, né con una conclusione. Piuttosto con una modificazione sottile: lo sguardo, dopo aver sostato in queste immagini, non torna esattamente dove era prima.