Nel lavoro d’arte di Matteo Mauro l’algoritmo è il vero e proprio motore generativo delle sue opere: un “pennello digitale”, uno “scalpello” tecnologico grazie al quale il non finito michelangiolesco evolve in nuove “regole del gioco” (artistico).

Ah se Leonardo avesse avuto un PC. Diciamocelo chiaramente, l’idea dell’artista bohémien con le pezze al culo che lotta contro la macchina è un feticcio per nostalgici del secolo scorso se non di quello prima ancora. La verità è che l’arte è sempre stata una questione di “ottimizzazione”. Nel cuore del Lambrate Design District, nello studio di Matteo Mauro, la settimana milanese del design ha svelato quello che molti fanno finta di non vedere: la tecnologia non è il nemico, ma la protesi necessaria della creatività.
Ho osservato Mauro muoversi tra le sue Bronze Inscriptions e i flussi di lavoro ad alta definizione. Qui non si parla di fredda esecuzione digitale, ma di un linguaggio nuovo. I quadri di Matteo Mauro non sono semplici superfici, sono iscrizioni, codici visivi che decifrano il caos contemporaneo per restituirci un ordine formale. È una lingua che parla di stratificazioni, dove il gesto dell’artista viene amplificato dalla potenza di calcolo.
Il punto è cruciale: ogni artista lavora con i mezzi che il suo tempo gli mette a disposizione. È una questione di sopravvivenza intellettuale. Forse che Raffaello, se avesse avuto a disposizione un software di modellazione, si sarebbe ostinato solo con la punta d’argento? Leonardo avrebbe forse ignorato l’AI per ottimizzare le sue macchine o i suoi disegni anatomici? E Michelangelo? Avrebbe probabilmente usato una fresa a controllo numerico per “liberare” più velocemente il marmo, riservando il tempo dell’intuizione alla rifinitura del pensiero.

In questo contesto il supporto tecnico della piattaforma NVIDIA Studio è una sinergia necessaria. È positivo, anzi salvifico, che l’artista dialoghi con il mondo produttivo dell’impresa. Il sistema dell’arte italiano è spesso autoreferenziale, almeno nella provincia italiana. Ha fatto quindi bene Prometeo Gallery a favorire questo circolo virtuoso tra galleria, artista e impresa.
La tecnologia non sostituisce l’umano. Al contrario, restituisce all’artista la risorsa più preziosa: il tempo. Per pensare, lavorare, evolvere. Matteo Mauro usa il computer per espandere il raggio d’azione della sua ricerca sociale e materica – e qui Prometeo Gallery è the place to be. Se l’innovazione non sostiene l’umanità, è solo rumore di fondo. Nello studio di Mauro, invece, è musica per il futuro. Non foss’altro che per qualle chitarra elettrica sole soletta che ho visto alzando gli occhi verso il soppalco…













