Marta Galmozzi, artista visiva di Alzano Lombardo (Bergamo) , classe 1991 che vive a New York, lavora principalmente con la fotografia, in particolare sperimenta le potenzialità espressive del collage e del fotomontaggio, agendo sulla scelta del ritaglio, che avrebbero entusiasmato Hannah Hoch (1889-1978), la poliedrica artista tedesca , protagonista del movimento Dada berlinese, di cui fece parte dal 1918 al 1922. Galmozzi è riconoscibile per installazioni che combinano immagini cariche di nuovi significati e narrazioni. Dopo la laurea in Belle Arti presso l’Accademia G. Carrara di Bergamo ha conseguito un Master in Fotografia alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, in Belgio e, dopo tre anni vissuti in Belgio e due in Italia, attualmente vive e lavora a New York.

Perché hai scelto di frequentare il Master in Fotografia presso la Royal Academy of Fine Arts di Anversa ( Belgio) ?
Il dipartimento di fotografia della Royal Academy di Anversa ha un approccio fortemente artistico alla fotografia. Pur essendo molto rigorosa dal punto di vista tecnico, è una scuola che lascia grande spazio alla sperimentazione. Ciò che ho amato di più è la presenza di numerosi dipartimenti dedicati a diversi linguaggi artistici (pittura, scultura, incisione, moda, architettura, installazione), che mi ha permesso di confrontarmi con pratiche differenti. In particolare ho seguito corsi di scultura, soprattutto metallo, che hanno ampliato in modo significativo la mia ricerca artistica. Il responsabile del dipartimento di scultura è stato anche il mio tutor per il progetto finale di Master.
Quando hai deciso di partire di andare a New York e perché?
Dopo il periodo del Covid. Ero già stata a New York due volte come turista e me ne ero letteralmente innamorata. Avevo provato una forte sensazione di familiarità, come se fosse casa, e quella sensazione è rimasta impressa nella mia mente anche mentre vivevo in Belgio. A un certo punto una serie di circostanze mi ha permesso di partire: non avevo un affitto, una relazione o altri vincoli che mi trattenessero in Italia. Così sono arrivata a New York con due valigie, senza conoscere nessuno e senza un contratto di lavoro. È stata una prova, soprattutto all’inizio.
Cosa ricordi della prima mostra a New York e cosa avevi esposto?
Per molto tempo non ho esposto nulla a New York: ero intimidita da una città così grande, con un livello artistico molto alto e una forte competizione. La mia prima mostra è stata una mostra in piccolo organizzata dentro ad una scuola privata, ricordo di aver esposto alcuni lavori già esposti in precedenza in Europa.
Quali gallerie e critici americani seguono il tuo lavoro attualmente?
Al momento il mio lavoro è seguito in parte da un gallerista con sede a Maastricht, nei Paesi Bassi. Non sono però alla ricerca di una rappresentanza: il mio obiettivo è rimanere indipendente.
Per gli artisti italiani a New York ci sono opportunità e da chi siete promossi ?
Consiglio agli artisti italiani interessati a New York di fare domanda per il Premio New York, promosso ogni anno dal Ministero della Cultura italiano. È una buona opportunità e una borsa di studio che permette di trascorrere alcuni mesi a New York, seguire lezioni alla Columbia University ed esporre il proprio lavoro. In alternativa, suggerisco di candidarsi alle residenze artistiche presenti in città: tra le più note ci sono ISCP e Residency Unlimited.
Quali nuove gallerie sono aperte a nuovi talenti under 35 e stranieri?
Molte gallerie attente agli artisti emergenti si trovano nel Lower East Side di Manhattan. Consiglio di scaricare l’app “See Saw”, che raccoglie informazioni su gallerie, mostre e inaugurazioni.
Il ritaglio e il collage fotografico sono la tua cifra distintiva, cosa vuoi comunicare con il tuo lavoro e perché hai scelto questo linguaggio dadaista?
Ritagliare mi dà pace fin da quando ero bambina. Ho sempre fatto collage, anche nei momenti di studio, ritagliando riviste di moda. Con il tempo la scelta delle immagini si è affinata ed è diventata più consapevole, pur mantenendo una componente spontanea. Parto sempre da immagini che mi comunicano qualcosa, seleziono l’elemento più forte e poi organizzo i ritagli per categorie. Lascio passare del tempo. Spesso i collage più riusciti nascono quasi per caso, dall’incontro inatteso di immagini diverse. Credo che l’arte stia anche nel lasciare che le immagini si rivelino da sole. Controllo la selezione e il ritaglio, ma la combinazione avviene in modo spontaneo. Amo il collage perché immagini apparentemente sconnesse, una volta accostate, possono creare nuovi scenari e nuove storie. Le possibilità sono infinite e questa libertà riflette, per me, la vita stessa, fatta di scelte e casualità.
Ci descrivi il processo realizzativo dei tuoi fotomontaggi?
A volte utilizzo immagini di mia produzione, altre volte immagini preesistenti, provenienti da archivi storici o riviste. Ritaglio gli elementi che attirano la mia attenzione, li isolo e li categorizzo in base al soggetto. Spesso sono proprio i “negativi” — ovvero le immagini originali private dell’elemento ritagliato — ad attivare un cortocircuito visivo. La sovrapposizione di più negativi genera connessioni e narrazioni inaspettate. La parte più affascinante è quando i lavori sembrano prendere vita da soli: io controllo una parte del processo, il resto è affidato al caso.
Quali fotografi contemporanei ti interessano?
Ho sempre amato la fotografia di strada, in particolare Stephen Shore e William Eggleston. Ricordo ancora una mostra vista al Metropolitan Museum di New York nel 2013: c’era una piccola sezione dedicata alla fotografia e tra le opere esposte c’era Eggleston. È stato amore a prima vista.
Quali soggetti prediligi?
Tutto ciò che è ordinario ed elementare: la strada, un sacchetto, una sigaretta, un passante. Mi interessa scovare il poetico nell’ordinario, trovare un lato magico nelle cose di tutti i giorni.
Le installazioni più eclatanti che hai realizzato quali sono state ?
L’opportunità più significativa è stata la selezione come finalista dello Young Artist Prize nel 2018 presso il Middelheim Museum di Anversa, un grande parco di sculture pubbliche. Ho avuto la possibilità di realizzare una scultura ed esporla nel parco per sei mesi. È stata un’esperienza fondamentale: ho lavorato con professionisti, imparato molto e soprattutto ho apprezzato il contesto pubblico, dove le persone possono toccare l’arte e viverla direttamente.
Chi sono i tuoi artisti di riferimento di ieri e di oggi che consideri fonti di ispirazioni ?
Artisti che hanno fortemente influenzato la mia ricerca sono registi come Alfred Hitchcock, David Lynch e Stanley Kubrick: maestri della suspense, con un controllo assoluto del potere narrativo delle immagini. Oggi la mia principale fonte di ispirazione è la vita stessa: le emozioni che vivo, ciò che osservo in metropolitana o per strada, ciò che ascolto.
Cosa hai esposto “Ad Art Show”, New York, nel 2024, con MVVO Art, hai venduto qualcosa dopo questa esperienza ?
È stata una preziosa occasione di confronto e connessione con altri artisti attivi a New York e nelle aree limitrofe. Ho esposto tre collage all’interno di una mostra digitale, con opere proiettate su schermi durante l’evento e successivamente visibili sul sito di MVVO Art per alcune settimane.
Vivi del tuo lavoro di artista o come sbarchi il lunario nella Grande Mela?
No. Svolgo altri lavori e non vivo della mia arte. Non richiedo alla mia pratica artistica di essere una fonte di sostentamento, perché desidero preservare il piacere di creare senza pressioni commerciali. Preferisco non automatizzare il mio lavoro artistico e mantenerlo come uno spazio libero e personale.
Sei felice a New York, o torneresti in Italia se possibile, perché?
Sono felice a New York e non ho mai pensato di tornare in Italia. È una città difficile, non offre scorciatoie: ciò che ottieni è frutto del tuo impegno costante, ma è meritocratica. Amo la sua varietà multiculturale, l’elevata tolleranza, la resilienza e la capacità di risolvere i problemi rapidamente. Si dice che New York sia un’anticipazione del futuro del mondo, e credo sia vero. Qui, inoltre, non ci si annoia mai
Come definisci in tre aggettivi il tuo lavoro?
Surreale, figurativo e spaziale.













