Massimo Castri, un vuoto che dura dieci anni di un regista scomodo

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Quando capita di parlare di teatro con dei giovani attori si possono citare registi che hanno lasciato il segno e che oggi non ci sono più: Strehler, Ronconi, Missiroli, Squarzina, ecc.. Poi, nel continuo interscambio fra politica, cultura e società si fa il nome di Massimo Castri: chi era costui? Nei volti di questi giovani apprendisti dell’artigianato teatrale non si trova conforto. Non lo conoscono, ahimè. Ecco perché a dieci anni dalla sua dipartita, aveva solo sessantanove anni quando è mancato, sembra doveroso ricordarlo. Massimo Castri è stato un lettore critico e arguto, regista di grande rigore e invenzione di testi classici. Si ricordano soprattutto i suoi Ibsen, Pirandello, Goldoni, Euripide. Lui li ha psicanalizzati nel profondo, li ha fatti accomodare nel salotto borghese, li ha messi nella “stanza della tortura” per citare il critico saggista Giovanni Macchia. Il suo teatro partiva dal realismo, anche se gli autori da lui rappresentati si muovevano in epoche diverse. I personaggi, come le persone nella vita comune del resto, non riescono più a dirsi le cose, a comunicare veramente e non si può mantenere con i classici un approccio monumentale-sosteneva Castri -bisogna portarli al nostro presente con rispetto. Loro ci parlano ancora. E parlano a noi, alla nostra epoca. Castri da regista aveva anche il dono della grande invenzione. I suoi spettacoli sembravano davvero monumentali e si avvalevano di grandi attori di diverse generazioni: da Ilaria Occhini, AnnaMaria Guarnieri, Paola Mannoni, Anita Laurenzi, a Mario Valgoi; e i più giovani di allora, oggi molto riconoscibili erano: Fabrizio Gifuni che debuttò con un Elettra, Sonia Bergamasco nella Trilogia della Villeggiatura di Goldoni o Pietro Faiella in Pirandello e Ionesco. Fondamentale la collaborazione con lo scenografo Maurizio Balò e il musicista Arturo Annecchino. Scriveva molto Castri, preparava i suoi spettacoli redigendo copiosi manoscritti sul tavolo di lavoro della sua casa nel centro di Firenze foderata di libri, tanto che i suoi taccuini di regia vennero poi pubblicati dalla casa editrice Ubu Libri di Milano con la direzione del critico teatrale Franco Quadri. Castri fumava alle prove, scalpitava, inveiva, un carattere difficile il suo da puro toscanaccio ma capace anche di insospettabili tenerezze che non dava quasi mai a vedere. Massimo Castri è stato un outsider seppure affermato regista del secondo Novecento italiano; rifiutò una cattedra di Storia del Teatro proposta da un importante ateneo e si dimise da un Teatro Stabile pubblico rinunciando a benefit, mensilità, potere. Chi si dimette più oggi? La coerenza metodologica del regista critico e la sua visione prismatica ci hanno regalato allestimenti che investivano tutto lo spazio (spesso le scene del suo collaboratore Balò sconfinavano in platea e gli spettatori assistevano allo spettacolo nei palchetti). Il poeta, l’artista Castri era in perenne ricerca, sempre nel tentativo di avvicinare la sperimentazione produttiva in un rischio perenne a quelle che dovevano essere delle novità assolute nel panorama teatrale italiano. Importante il lavoro che ha fatto con i giovani, che uscendo dalle accademie si ritrovavano direttamente a provare e a debuttare con lui. Durante due mesi di prove, dalla materia del testo, si passava al suo problema centrale e poi ci si metteva allo specchio con la domanda: perché rappresentare tutto questo oggi? La tragedia ci deve illuminare da vicino. Ricordiamo il grande lavoro che ha fatto sui Greci ad esempio (Le Trachinie, Elettra, Oreste, Ifigenia in Tauride). Questa messa in crisi del corpus testuale era e continua ad essere scomoda. Forse è per questo, più del suo caratteraccio da burbero benefico, che si fa così fatica a ricordarlo.

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