Alla Sala Umberto “Vite di Ginius”: un monito dantesco per ricordarci chi siamo stati e chi siamo diventati

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Una memoria che contiene quattro vite. Quattro reincarnazioni che avvengono nell’arco di mille anni. L’anima rivive in ogni vita il momento che l’ha segnata, attraverso storie di personaggi, vite incrociate nel proprio cammino ma che potrebbero appartenere a un unico corpo, a un’unica vita.

Alla Sala Umberto di Roma, lunedì 17 gennaio, Max Mazzotta porta in scena “Vite di Ginius”, pièce che si preannuncia di grande impatto.

Una memoria il cui luogo d’indagine è il teatro, che diventa una finestra su qualcosa di profondo e vive in noi a spettacolo finito, una piccola scossa che lascia una crepa dove possono risuonare domande nuove.

Un viaggio di purificazione e consapevolezza che è l’anima di Ginius, corpo morto giunto al capolinea che intraprende una dimensione spazio-temporale sconosciuta costretta a scavare dentro se stessa. All’anima Genius deve ricordare l’esperienza di alcune sue vite incarnate: un monito a ricordarci chi siamo stati per riconoscere chi siamo diventati davvero. Ci guida alla ricerca della consapevolezza che l’esistenza è una scuola e che a volte serve più di un ciclo di vita e morte per capirne il valore.

“Il ricordo è la fase più dolorosa – spiega Max Mazzotta – perché ogni vita ricordata è come se venisse vissuta in prima persona e allo stesso tempo osservata come se fosse una terza persona. Lo spettacolo interseca due dimensioni del racconto e diversi stili linguistici. La dimensione soprannaturale è descritta attraverso i versi: un linguaggio poetico strutturato in canti di versi in rima alternata e canti in terzine dantesche a catena. La seconda parte utilizza un linguaggio in prosa più adatto al racconto di frammenti di vite vissute”

Il ricordo abita la memoria e la memoria si lega alla poesia, perché la poesia ha un ritmo che facilita il ricordo. La memoria crea delle immagini che hanno la capacità di imprimersi nella mente, una specie di rete che tiene insieme il testo di Mazzotta. La memoria gioca un ruolo fondamentale anche per la salvezza del personaggio. Corpo, suoni viscerali, musica, lo spettacolo interseca diversi linguaggi attraverso i quali lo spettatore diventa protagonista di tutti i moti e gli stadi dell’ultraterreno. Una metafora visionaria in versi e prosa. Il verso con il suo scorrere musicale descrive il soprannaturale accompagnando l’anima nei molteplici stadi dell’essere.

Mazzotta diventa un poeta della realtà, ci racconta storie, ci fa entrare dentro mondi che diventano parti dell’umano “peregrinare”, in un possibile che interroga legandoci intorno tutte le vite in cui Ginius si dipana fino ad arrivare alla consapevolezza finale che gli consentirà di sciogliere il suo nodo karmico. Un modo per guardare l’altro attraverso se stessi su una strada a due dimensioni. Storie dolorose, drammatiche, che il linguaggio di Mazzotta restituisce allo spettatore con una leggerezza pop che le fa comprendere nel loro significato più umano e universale. 

Dopo il successo al cinema nel ruolo del Gobbo partigiano nell’acclamato Freaks Out di Gabriele Mainetti, e già noto al grande pubblico per ruoli come l’iconico Enrico Fiabeschi di Paz! (2002), Mazzotta, che è stato uno degli ultimi allievi e collaboratori di Giorgio Strehler, è fondatore e direttore artistico di Libero Teatro, compagnia attiva da vent’anni in Calabria, ritorna in teatro. Vite di Ginius è il primo monologo da lui scritto, diretto ed interpretato per Libero Teatro.

Con questo spettacolo Mazzotta ci disseta con il senso delle nostre esistenze. Ci rivela esattamente chi siamo, ferma il tempo che passa in un nuovo spazio e respiro, allungando la mano per dare e ricevere anche attraverso i nostri errori e per scoprire poi che l’altro siamo noi, vittime e carnefici, la cui natura si rivela attraverso il ricordo.