Massimo Triolo, poesia d’ombra e luce

0

Il poeta Massimo Triolo torna sugli scaffali con una nuova silloge, dal titolo Due Ali di fiamma, già disponile alla vendita, anche se ufficialmente uscirà in giugno. La casa editrice per la quale è uscito il volume è la siciliana Nulla Die, che ha dato all’autore la possibilità di pubblicare un ampio compendio poetico: una raccolta antologica di 167 pagine.

In Due ali di fiamma, come in altre raccolte, emerge la preziosa poetica di Massimo Triolo, che ha più a che fare con l’ombra che con la luce, e dove è presente una profonda indagine dell’intimo, che scaturisce in un’esplorazione visionaria e filosofica. Si tratta di liriche oniriche e tormentate, caratterizzate da uno stile rapido e esplosivo, e dove la mestizia esistenziale si fa protagonista, pur dovendo recedere di fronte alla spinta propulsiva alla vita.

Il poeta Massimo Triolo torna sugli scaffali con una nuova silloge, dal titolo Due Ali di fiamma,

“Lucore opalescente: è il giorno che torna / nell’occhio velato da lacrime sonnolente. / I segni sulle mani e sulle braccia appaiono svaniti, / sono più smorti a questa luce – / che temo non sia ad onorare alcunché d’imprescindibile.” Solo un breve estratto dalla lirica Morte nel cuore, quando Triolo racconta tutta la sua sofferenza: mai fine a se stessa, ma risultato di un preciso percorso esistenziale, di un vissuto pieno che permette infine al Poeta di dare luogo a versi sinceri, profondamente umani, senza la paura di lasciare esprimere liberamente il proprio spirito, in grado così di partecipare allo spasmo generale dell’umanità, parlando a quel suo lato più fragile. Questo avviene attraverso una tecnica scrittoria eccellente, dove un lessico attentamente studiato si unisce a una energica fluidità del verso, contraddistinto a sua volta da un piacevole ritmo musicale, dando origine a travolgenti flussi di parole.

Massimo Triolo insomma guarda con occhio attento al lato esistenziale della disfatta, criticando aspramente i canonici schemi sociali, connotati da apparenza e falso perbenismo, tali da calare le presenze in un deserto dove raramente è possibile intercorrere in un incontro veramente umano. Qui arriva il disorientamento e ci troviamo soli, come il Poeta ben esprime nella breve lirica Il vespro della sconfitta, con la quale concludo l’articolo: “Non più poetare sommesso/ d’infinite forme/ e danzanti. / Non più luce tremula / e discreta / di ceri piangenti: / fisso lo sguardo/ di allucinato niente, / fisse le ombre, / su terra scabra e silente.”