Sofonisba, la pittrice “miracolosa” che fece impazzire la corte di Spagna

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Sofonisba Anguissola, La partita a scacchi, 1555, olio su tela, 72 × 97 cm [Public domain], via Wikimedia Commons
Sofonisba Anguissola, Bernardino Campi ritrae Sofonisba, circa 1559, olio su tela, 111x110 cm [Public domain], via Wikimedia Commons
Sofonisba Anguissola, Bernardino Campi ritrae Sofonisba, circa 1559, olio su tela, 111×110 cm [Public domain], via Wikimedia Commons

“Pittora in natura e miracolosa” l’aveva definita il giovane Antoon Van Dyck, che era andato a trovarla a Palermo nel 1624 presso la corte del viceré di Sicilia. In quell’occasione l’aveva ritratta novantenne, quasi cieca, in una commovente immagine.

(Cremona, 1535 circa-Palermo 1625), la più grande pittrice italiana tra ‘500 e ‘600 e la più girovaga, precede di sessant’anni la più famosa Artemisia Gentileschi. Altrettanto brava, dinamica, avventurosa, oggi meno celebre, vanta qualche libro e una bella mostra nella città natale nell’ormai lontano 1994. Meriterebbe di più.

Vita complessa e straordinaria carriera, Sofonisba, dal nome di un’eroina cartaginese, è la prima dei sette figli di Amilcare Anguissola e Bianca Ponzoni, nobili benestanti.  Quattro sorelle, tutte pittrici (una si farà suora), una quinta latinista come il fratello Asdrubale. Famiglia ambiziosa, attenta ai figli, e alle femmine (visto che ce n’erano tante).

Enfant prodige, ragazzotta bionda e rosata, Sofonisba entra a dieci anni nella bottega del pittore Bernardino Campi. Impara a dipingere “dal naturale” molti decenni prima che il termine circolasse negli ambienti caravaggeschi. Si specializza in ritratti dal vero, che oggi a distanza di secoli svelano talento e un’intensa vita famigliare: autoritratti firmati e datati, che la mostrano con grandi occhi verdi (Autoritratto, Vienna, 1554), partite a scacchi tra sorelle (Partita a scacchi, Poznan, 1555), personaggi del tempo (Ritratto di Giulio Clovio, Ritratto di Massimiliano Stampa, 1557), Ritratto di famiglia e l’affascinante Bernardino Campi ritrae Sofonisba. Da tutti emerge freschezza, studio “dei moti dell’anima” alla Leonardo, dal riso al pianto, aderenza alla realtà. Fatti inauditi allora per una giovane donna.

Sofonisba Anguissola, La partita a scacchi, 1555, olio su tela, 72 × 97 cm [Public domain], via Wikimedia Commons
Sofonisba Anguissola, La partita a scacchi, 1555, olio su tela, 72 × 97 cm [Public domain], via Wikimedia Commons

Il padre diventa suo sponsor. La promuove presso i potenti. Così succede che Giorgio Vasari si scomodi nel 1566 per conoscere di persona a Cremona le sue “meraviglie” e scriverne nella seconda edizione delle Vite. Michelangelo, colpito da un suo disegno con “una giovane che rideva”, la sollecita a farne un altro con “un putto che piangesse come cosa molto più difficile”. E lei ritrae un Fanciullo che piange morso da un gambero in uno straordinario disegno, che precorre il Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio.

Le sue opere vanno a ruba, sino a che Filippo II di Spagna nel 1559 la chiama alla corte di Madrid come dama di compagnia e insegnante di pittura e disegno della terza moglie, la quattordicenne Isabella di Valois, figlia di Caterina de’ Medici. Evento insolito e rivoluzionario.

Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1554, olio su tela, Vienna, Kunsthistorisches Museum, [Public domain], via Wikimedia Commons
Sofonisba Anguissola, Autoritratto, 1554, olio su tela, Vienna, Kunsthistorisches Museum, [Public domain], via Wikimedia Commons

In Spagna la “femina cremonese” ha grande successo. I suoi ritratti, emuli di Tiziano, conquistano tutti, ricorda lo storico Giovan Paolo Lomazzo. Come donna fa impazzire, bella, elegante, ingioiellata: il giorno delle nozze di Filippo II con Isabella, 29 gennaio 1560, apre le danze “alla gagliarda” con Ferrante Gonzaga. “Virtuosa” e passionale, fa strage di cuori. Seduce il conte Boccardo Persico, “innamorato morto”. L’erudito d’arte Alessandro Lamo ne esalta il bel corpo oltre lo spirito, re e duchi la corteggiano.

E lei, dopo i quattordici anni spagnoli, convola a nozze per procura nel 1573 con il nobile siciliano Filippo Moncada trasferendosi in Sicilia. Cinque anni tra Palermo e Paternò. Vedova dal marito ucciso dai pirati in mare sulla via della Spagna, si infiamma in Liguria per il giovane capitano genovese Orazio Nomellini. Lo sposa caparbiamente contro il parere di tutti. A Francesco I de’ Medici che voleva dissuaderla scrive da Pisa il 27 dicembre 1579 che “li matrimoni prima se fano in cielo e poi in terra”.