Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969), pittore, docente è un visionario destabilizzante che ordisce un linguaggio generativo tra ordine e caos, un protagonista della cosiddetta “Nuova Scuola di Palermo”, fondata tra gli anni Novanta e Duemila a Palermo, dove vive e lavora, città contraddittoria in cui trova linfa vitale per alimentare la sua immaginazione. La sua esuberante pittura figurativa spazia dal fumetto alla fantascienza è all’insegna di un linguaggio mai didascalico o narrativo, che si concentra sull’intuizione di territori inesplorati dell’immaginazione. L’ amatissimo docente di pittura all’Accademia di Belle Arti di Palermo si definisce “Medium pittorico” promuove mostre dei suoi studenti in Sicilia e a Milano, si racconta in questa intervista in esclusiva per Il Giornale Off.
Sei nato a Siracusa, vivi e lavori a Palermo e hai frequentato l’Accademia di Belle Arti di Urbino, perché proprio lì?
Mi fu consigliata dal mio professore di Storia dell’arte del Liceo Artistico, aveva un ottimo corpo docenti e un numero di iscritti abbastanza contenuto, di conseguenza gli allievi venivano seguiti meglio nel loro percorso.
Quanto incide Palermo nella tua ricerca artistica?
Il rifiuto patologico che questa città ha per ogni forma di ordine e rigore, la stratificazione culturale che percepisci nel tessuto urbano e una dimensione luminosa che ti avvolge e che definisce tutto in ogni minimo particolare sono tre condizioni che hanno influenzato il mio lavoro da sempre, in più aggiungo una mia naturale propensione allo sviluppo di un immaginario complesso e direi scenografico che è figlio dello stile barocco.
Chi sei e cosa vuoi comunicare con i tuoi dipinti?
Non voglio comunicare nulla in particolare, non credo che l’opera d’arte debba necessariamente comunicare un significato, io preferisco comunicare un’emozione che sta tutta nell’esperienza dello sguardo. Osservo il mondo e le cose nella loro natura fenomenica, le trasformo, ne cambio il senso, il resto lo fanno l’occhio e la mente dell’osservatore.
Ti definisci pittore o artista? Perché?
Mi definisco artista che usa principalmente il Medium pittorico.
Hai fatto parte della cosiddetta “Nuova Scuola di Palermo” con Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Andrea di Marco, scomparso prematuramente, nata in un momento in cui la pittura si apriva al confronto con nuovi media, importante per il recupero della pittura siciliana in ambito internazionale, perché il gruppo si è sciolto e quale eredità ha lasciato?
Il gruppo non si è mai sciolto semplicemente perché non ci siamo mai autodefiniti gruppo, l’etichetta Scuola di Palermo è stata una importantissima trovata giornalistica che ci ha portato un po’ di fortuna e un po’ di rogne. In realtà ci siamo magicamente incontrati e piaciuti e abbiamo capito che stavamo lavorando, ognuno a modo suo, su una idea di pittura che aprisse le porte a questioni che fino ad allora non erano state considerate nella pittura italiana, ma tutto questo è avvenuto in maniera naturale, senza un manifesto. Penso che abbiamo lasciato come eredità un suggerimento, ovvero mettere al centro della propria ricerca una premessa anarchica, una voglia di ribellione al canone.
Prediligi squarci periferici, forme aliene e animali fantastici e scenari quasi apocalittici ma integrati da colori sgargianti, perché?
E’ difficile rintracciare le origini del mio modo di concepire l’immagine, è qualcosa di istintivo legato al fascino per alcune forme naturali filtrate da uno sguardo fantastico o fantascientifico. Mi affascinano il paradosso, il colossale e tutto ciò che sfugge alla logica umana. Non cerco un senso quando lavoro a una opera, piuttosto mi interessa come la visione possa condensarsi sulla superficie del quadro e affermarsi come una presenza ambigua. Mi interessa sfondare la superficie bidimensionale. Se dipingo lava e perché ne intuisco la possibilità cromatica e il dinamismo del suo fluire, certo poi possiamo trovare un significato ma non è mai a margine dell’operazione pittorica. Attraverso la pittura affermo il mio diritto di guardare la realtà in maniera non convenzionale.
Sei affascinato da dettagli urbanistici e passaggi in bilico tra realtà e immaginazione anche nelle produzioni recenti?
La recente mostra personale presso nella galleria Bonelli a Milano, è caratterizzata dalla presenza di due grandi quadri che rappresentano due differenti versioni della torre di Babele. In “FRANCIS BABEL” il dettaglio architettonico diventa metafora del linguaggio, infatti la torre viene rappresentata come una miscellanea di diversi stili architettonici, in cui il dettaglio urbano è l’ossatura su cui è costruita quest’opera.
Trova cinque parole chiave calzanti per il tuo lavoro
Monumentale, scenografico, buco nero, monolitico, catastrofico.
Insegni Pittura all’Accademia di Belle arti di Palermo alla Generazione Z, dipendenti dai social medi, ma come si diventa pittore nell’epoca dell’immagine digitale?
Affermando ancora una volta il primato dello sguardo umano rispetto all’algoritmo.
Quali sono le tue fonti di ispirazione e come le rielabori, oltre alla pittura barocca, Arcimboldo, Bosch, l’arte magica di Breton, passando dal fumetto?
Questa storia che mi riconduce a pittori come Arcimboldo o Bosch è falsa, mi piacciono ma preferisco altro ma in realtà non ho mai avuto una vera ossessione per qualche artista in particolare, e non credo di poter essere definito surrealista. Il surrealismo parte da altre premesse, in più non sono minimamente interessato al sogno, lo trovo noioso. Sono molto più interessato a concetti semplici come superficie, materia e chiaro scuro. Mi interessa il concetto di iconostasi della superficie pittorica, quello di cui parla Pavel Florensky nel suo saggio “Le porte regali”, ovvero superficie come punto di incontro tra mondo delle idee e realtà, fisica e metafisica e si, sonno e veglia.
Quali materiali prediligi e perché ti piace in particolare la spatola?
Bozzo il quadro in acrilico partendo da un fondo colorato, poi definisco a olio. Non uso la spatola, uso principalmente pennelli di martora 02 quindi molto piccoli. L’esperienza con la spatola risale a 20 anni fa circa ma non è uno strumento adatto alla mia pittura.
Quali pittori viventi ti piacciono e perché?
Non saprei, me ne piacciono parecchi…….Oscar Giaconia per esempio mi interessa molto, mi piacciono i suoi soggetti e il suo modo di dipingerli, li pone in uno spazio senza tempo.
Mai pensato di realizzare una Graphic Novel a tua immagine e somiglianza o un libro d’artista, se si quando e cosa hai rappresentato?
Graphic novel no perché l’illustrazione non è il mio campo, preferisco la fissità del quadro, il libro d’artista mi interessa e chissà magari un giorno ne farò uno.
Chi sono i tuoi galleristi, e come continui a mantenere un rapporto attivo di scambio di progetti e obiettivi?
Lavoro con la Galleria Bonelli da circa 25 anni, con Giovanni c’è un rapporto di stima e amicizia che ha retto nel tempo nonostante gli alti e i bassi, l’ho sempre avuto al mio fianco anche nei momenti più difficili.
Negli ultimi anni sei curatore di mostre di tuoi allievi più dotati dell’Accademia di Palermo, come li scegli e dove li proponi e come nasce una mostra con loro?
Curatore è una parola troppo grande, cerco più che altro di aiutarli a muovere i primi passi, li ho presentati in alcuni spazi cittadini e in occasione della mia ultima personale abbiamo allestito una project room presso la galleria Bonelli di Milano, dove ho presentato il lavoro di Patrizia Leonino, Alice Chisari, Sergio La Barbera e Vincenzo Suscetta. Li ho scelti perché hanno sviluppato un lavoro che contiene già questioni stilistiche che li definiscono nella loro unicità, mi interessava presentare uno spaccato delle ricerche pittoriche di una generazione di nuovi artisti ex allievi del mio corso. Con gli allievi lavoro principalmente su questioni poetiche, cerco di individuare le loro peculiarità e di dargli i mezzi tecnici e culturali per svilupparle al meglio, è un lavoro lungo che difficilmente riesce a raggiungere l’obiettivo entro i due anni del corso ma il dialogo rimane ed è piuttosto intenso. Credo fortemente nelle loro capacità e mi sono imposto la missione di aiutarli fintanto che non siano in grado di andare in autonomia. Poi con alcuni di loro c’è una affinità evidente, penso in particolare modo alla preziosità del lavoro di Patrizia Leonino per esempio.
Le gallerie nell’epoca dell’autopromozione in rete e blogger, hanno ancora un ruolo nel sistema dell’arte secondo te? Quale e perché?
Si hanno ancora un ruolo importantissimo, la galleria come contenitore, spazio fisico dentro cui l’opera si svela nella sua sacralità non può essere soppiantato da uno schermo. L’opera d’arte necessita di un contatto diretto con l’osservatore, quando si è fisicamente davanti un’opera d’arte bisogna lasciare che il tempo si dilati e che lo sguardo si concentri sull’immagine, una immagine che è fatta di materia fisica reale, di materia viva.
L’arte italiane esiste ed è fertile, ma il sistema dell’arte italiano è latitante, tu come ti sei inserito nel mercato dell’arte?
Ho avuto la fortuna di muovere i primi passi con gli altri della scuola di Palermo quindi ci siamo protetti, il fatto di essere identificati come gruppo ci ha protetto in qualche maniera, e cosa fondamentale abbiamo incontrato Sergio Tossi, un gallerista pazzo e visionario che ha creduto nel nostro lavoro.
Cosa consigli a un giovane pittrice/pittore di talento che vuole seguire le tue tracce?
Di fare sempre l’esatto contrario di quello che gli viene detto!
Dopo il Covid e l’isolamento forzato, cosa è cambiato nella tua ricerca artistica incentrata sulle alterazioni della Natura maligna e antropomorfizzata animata da una zoomorfia fantastica?
Nulla, anzi penso che la pandemia sia stata una conseguenza diretta del mio lavoro.
Sei anche padre, avere figli ha modificato qualcosa nel tuo immaginario?
No non ha modificato nulla forse potrei dire addirittura che l’ha amplificato. Ho sempre condiviso tutto con mio figlio e mi sono nutrito di certe cose con le quali lui è cresciuto, come il cinema d’animazione per esempio, è stato una grande fonte di ricerca visiva.
In quale dipinto ti riconosci o in quale ciclo di opere?
In questo momento mi riconosco assolutamente nel nucleo di opere dell’ultima mostra personale, DUE BABELE presso la Galleria Giovanni Bonelli a Milano a novembre del 2025.
Perché la Pittura è utile?
Perché innanzitutto comporta una attenta osservazione del fenomeno e ci consente di andare oltre uno sguardo convenzionale sul mondo, quindi non è solo utile è necessaria!
A quale progetto stai lavorando?
Ho appena completato un grande ritratto di San Francesco che presenterò il 21 maggio al MAXXI di Roma all’interno di una collettiva che celebra il Santo a ottocento anni dalla sua morte. La mostra è curata da Beatrice Buscaroli e comprende un nutrito gruppo di artisti sia storici che della mia generazione.













