Ha debuttato nelle librerie con Cazzimma (Mondadori, pp. 252, 16 euro), romanzo che racconta di due ragazzi napoletani, Sisto e l’amico Tommaso detto «Profumo», alle prese con la malavita. Una storia che a Stefano Crupi è venuta in mente dopo aver letto un’inchiesta del giornalista Giuseppe D’Avanzo sui giovani napoletani. E Napoli fa da sfondo anche al suo secondo libro, Ad ogni santo la sua candela (Mondadori, pp. 236, 18 euro), ascesa e caduta degli ambiziosi Maristella ed Ernesto, madre e figlio pronti a tutto pur di arrivare in alto. L’idea, questa volta, gli è venuta non solo grazie alle letture ma anche al suo passato: “Avevo letto tanti romanzi che avevano come sfondo l’ufficio – racconta – Esiste un vero e proprio filone, se vogliamo, molto italiano. Penso a Pirandello, Jahier, Cerami, Svevo. Tutti questi autori hanno compreso che la scrivania può essere uno straordinario avamposto dal quale osservare la natura umana e raccontarla. C’era poi la mia esperienza lavorativa di impiegato per alcuni anni a fornirmi molti aneddoti da utilizzare”.
Casertano, giornalista oltre che scrittore, Crupi sceglie Napoli perché è una città che conosce bene, in cui ha vissuto, ma anche perché “è interessantissima, lo scenario ideale nel quale sviluppare le mie storie. La fluidità della mia scrittura si adatta perfettamente a questa città che si muove veloce, si agita frenetica e cambia mille volte”. Senza moralismi e con uno stile privo di orpelli scrive di malaffare, disoccupazione, corruzione e raccomandazioni. “Racconto Napoli ma in realtà parlo dell’Italia” precisa. In effetti i suoi libri sono lo specchio dei mali e dei vizi del nostro Paese, di un’Italia di furbetti in cerca di scorciatoie. “Ogni cosa che facciamo – dichiara – è solo per il nostro tornaconto, non riflettiamo sull’importanza della collettività e del suo benessere, consapevolezza che negli altri Paesi è molto più radicata. Purtroppo, ci manca un vero sentimento di nazione”.













