Gyula, una piccola storia d’amore politicamente scorretta

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Uno dei luoghi migliori, oggigiorno, per raccontare delle “favole” è proprio il teatro. Con Gyula – Una piccola storia d’amore, opera di esordio di Fulvio Pepe in qualità di regista e autore, si viene pervasi proprio da questa sensazione, amplificata dalla consapevolezza di quanto quella storia sia profondamente vera e umana.

Lo spazio scenico ideato da Mario Fontanini prende vita attraverso personaggi così ben scritti che, ancor più grazie alle prove degli attori, diventano persone in carne ed ossa con fragilità, aspirazioni, contraddizioni e pregiudizi. Gyula (un’Ilaria Falini così verosimile e toccante) è un ragazzo con un handicap psico-fisico, ma non lo conosciamo subito. Si parte infatti al bar con Bogdan (un Gianluca Gobbi perfettamente in parte) che beve, il collega Adi (Enzo Paci) intento a leggere e il gestore del locale, Viku (Ivan Zerbinati). Sin da subito si intuisce uno dei registri della pièce, leggerezza mista a ironia, in cui i due spaccalegna si distinguono per dei siparietti lungi dall’esser, però, machiettistici. A ciò si aggiunge, apparentemente in sottofondo, un elemento diegetico al racconto, la radio. «Qui prende solo e ovunque musica classica», ascoltiamo – un elemento che si rivelerà uno dei punti centrali di Gyula.

In una scena che rappresenta principalmente tre ambienti (come interni) ed evoca all’occorrenza la falegnameria e le strade che circondano i luoghi principali dell’azione, i centocinque minuti volano letteralmente perché la platea viene conquistata dall’altalena di emozioni. Si passa dal riso-sorriso alla tenerezza senza mai scadere nel pietismo e il rischio era davvero dietro l’angolo. I nomi dei personaggi e delle città richiamano un paese dell’Est Europa; c’è, però, al contempo, l’intenzione di astrarre la storia sfruttando la potenzialità della scatola magica di diventare un non luogo.

Scena dopo scena la musica diventa un leitmotiv e non nell’accezione di mero accompagnamento. Essa assurge a varie funzioni: da un lato è ciò che appassiona Gyula accompagnandolo ogni giorno da dieci anni a questa parte, come se fosse il metronomo della quotidianità. Dall’altro è una ferita aperta per il maestro Jani (bravissimo Pietro Bontempo), ex primo violino con l’artrite alle mani. Quest’ultimo ci fa tornare in mente, a tratti, l’Andreï Filipov de “Il concerto” di  Radu Mihăileanu, una pellicola ancora impressa nella memoria di molti di noi. Se lì dallo schermo, senza alcun effetto speciale particolare se non una vera poesia in quella sceneggiatura e nel modo di trasporla, arrivava quanto amore ci fosse per la musica e la resistenza dell’orchestra capitanata da Filipov; dal palco della Sala Fassbinder dell’Elfo Puccini capiamo come le note dei grandi compositori possano essere linfa vitale.

Pepe è molto bravo nel mantenere un equilibrio funambolico tra i diversi registri e si assume la responsabilità di essere politicamente scorretto. Ancor più nella nostra drammaturgia si ha timore reverenziale verso alcuni temi, si ha paura di ironizzare sulla malattia o su alcuni disagi e la penna dello scrittore si blocca, terrorizzata dal giudizio altrui. Gyula è pervasa da un umorismo nero tramite cui si sdrammatizza, ad esempio, sul lavoro con difficoltà annesse e si ironizza sugli handicap, ma tutto ciò accade mantenendosi lontani dalla dimensione dell’offesa, anzi.

Gyula, sua madre Eliza (Orietta Notari), Bogdan, Adi, Messi (Alberto Astorri), Yuri (Nanni Tormen), Viku, Nina (Alessia Bellotto), Maestro Jani, Tania (Laura Cleri) e il governatore (Massimiliano Sbarsi) sono sì delle solitudini – soprattutto alcuni tra loro – che, però, man mano che la storia si dipana, riescono ad entrare in sintonia o a mettersi sulla frequenza dell’altro, talvolta anche accogliendo la disperazione altrui, ma senza pietà. Ognuno di loro è tratteggiato sapientemente dall’autore – e si sente anche il suo background di attore – e, dal vivo, dagli interpreti.

Gyula, prodotto da Fondazione Teatro Due di Parma, è in programma fino a domenica 20 marzo all’Elfo Puccini di Milano e vi consigliamo di non perdervelo. In Gyula c’è la morale come se fosse una favola, eppure non c’è moralismo ma la percezione di vita tangibile. Grazie pure alla bravura del cast, si viaggia in punta di piedi tra questioni e volti che possono toccarci molto da vicino, tematizzandoli con un tocco ora delicato, ora irriverente, pronto ad arrivare dritto e diretto al cuore.