Tutti gli assi nella manica di Jeb Bush

0
Di Gage Skidmore, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38720014

Jeb, dunque, corre. Certo, come nel caso della Clinton parliamo di un annuncio annunciato ma, a differenza della candidata democratica, quella che si staglia all’orizzonte dell’aspirante terzo presidente della Dinastia Bush, sarà campagna elettorale vera. Poi, con ogni probabilità la nomination repubblicana sarà sua, ma dovrà sudarsela contro candidati “sul pezzo” come il suo ex delfino Marco Rubio e il fresco vincitore della battaglia parlamentare contro le intercettazioni di massa della Nsa, il libertario Rand Paul. Fatto sta che a giocare in favore dell’ex governatore della Florida ci siano diversi fattori, a cominciare da quelli statistici: dal 1952 a oggi, la nomination del GOP è sempre stata conquistata dai suoi candidati di punta. Infatti, Barry Goldwater, Richard Nixon, Ronald Reagan, Bush 41o, Robert Dole, Bush 43°, John MacCain e Mitt Romney hanno tutti annunciato la loro candidatura con un anno d’anticipo rispetto alle elezioni.

Dati alla mano, emerge un’altra considerazione, da cui evinciamo che, verosimilmente, sarà dalle primarie repubblicane che uscirà il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca; non soltanto grazie alle (tante) spine nel fianco di Hillary Clinton. Sì, perché molto frequentemente, dopo un doppio mandato, gli Americani hanno scelto il partito d’opposizione: è accaduto nel 1960, 1968, 1976, 2000 e nel 2008. Ronald Reagan – e qui, però, parliamo di un vero e proprio fuoriclasse della politica americana – a seguito dell’ampia vittoria contro Jimmy Carter nel 1980, riuscì nell’impresa d’invertire questa tendenza ponendo le basi per la vittoria del suo vice nel 1988, quando una larghissima fetta dell’elettorato si comportò come se si stesse accingendo a votare un terzo mandato Reagan e non il primo di George Bush Senior.

Va da se che se, come pare, Jeb Bush dovesse correre per la Casa Bianca, oltre a marcare le distanze da suo padre e da suo fratello – come peraltro ha già dimostrato di voler fare, a cominciare dal suo logo che, come nella sua campagna per la carica di governatore, è composto dalla scritta Jeb! senza che del cognome vi sia traccia – dovrà riuscire nell’impresa di scrollare di dosso al GOP l’ossessione di trovare un nuovo Reagan, riaffermandone, semmai, le idee senza tempo in merito a federalismo e potere dell’individuo nei confronti dello Stato. Insomma, i repubblicani dovranno smettere di parlarne e cominciare ad agire come lui, perché questo sarebbe il modo per riconquistare il vero cuore del proprio elettorato, ovvero quel ceto medio che è stato letteralmente messo in ginocchio dalle politiche di stampo statalista dell’Amministrazione Obama.

Vero, verissimo, su alcune posizioni (vedi immigrazione) Jeb Bush viene giudicato troppo morbido, soprattutto dall’ala più intransigente dell’elettorato repubblicano, ma va osservato dopo aver perso due elezioni presidenziali una dietro l’altra, si tende a nominare candidati più moderati del precedenti: Jimmy Carter è stato più moderato di McGovern, Clinton di Dukakis e Bush di Dole.

Insomma, le premesse per una vittoria di Jeb ci sono tutte, ed hanno il conforto dati storici – il che non guasta mai – e dei consensi di cui si avvale all’interno dell’establishment del GOP; e se così sarà, allora, assisteremo ad uno scontro tra candidati dinastici pronti a tutto per diventare il quarantacinquesimo Presidente della storia, sfidandosi in una campagna elettorale che, in questi termini, avrebbe lo strano sapore di un remake cinematografico.