Marco Cornini uno sperimentatore della tradizione

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Proprio io,  terrecotte 2014
Proprio io, terrecotte 2014

Nelle sue sculture sono raffigurate quasi sempre giovani donne, soggetto privilegiato nell’iconografia dell’artista, riprese in pose languide e abbandonate, in un momento della loro vita fissato per sempre nella materia, assoluto, talvolta colte con volti dagli sguardi meditabondi, impauriti o sognanti ad aprire un inaspettato varco in un’intimità che ci appare all’improvviso, malinconica o distratta. Donne ieratiche, sospese nell’immobilità resa quasi sacrale dalla materia della terracotta, che sembrano ricordare nell’eleganza e nell’essenzialità di tratti e profili gli altorilievi e i sarcofagi etruschi, dove un’arte volta a strappare giorno per giorno la paura della morte, con una concezione popolare e diffusa terrificante dell’aldilà, e a contrastarne gli effetti devastanti, deve conservare le sembianze, i tratti, i modi, la sostanza stessa della vita; un’arte, quella etrusca, per necessità essenzialmente realistica – forse la prima nella nostra storia occidentale per cui si possa usare questo termine – che deve scongiurare la paura dell’aldilà, strappare alla morte la realtà materiale dell’esistenza, perché solo “mediante l’arte la realtà seguita ad essere, pur nel terrificante dominio del non-reale e del non-essere”. Così nel celebre sarcofago dei coniugi di Cere, le immagini, pur plasmate con realismo e attenzione ai particolari, rimangono immutabili e immobili nello spazio vuoto, qualcosa di assoluto e non di relativo a una realtà non più esistente: qualità e difetti del soggetto rappresentato sono ora prova dell’esistere e della vita, e le sembianze diventano la sostanza stessa dell’opera.

Così nelle sculture di Cornini da questa materia ruvida, che si lascia toccare, e volutamente imperfetta sono modellate donne colte nel loro universo più intimo, sospese in una sorta di simbolica immobilità novecentesca, spesso colte in pochi brevi gesti fermati sul nascere, abbozzati, in un mondo di sogno o reale, o di qualche catastrofico presagio, novelle Niobi, trasformate in pietra e terracotta a dimenticare un dolore insopportabile, o sopravvissute miracolosamente a disastri e naufragi come le misteriose figure di Pompei ed Ercolano, smarrite davanti al vuoto improvviso della morte.

Eri timidamente disinvolta, terrecotte 2013
Eri timidamente disinvolta, terrecotte 2013

Donne arcaiche ma insieme modernissime nei loro modi, nei vestiti e nelle pose, ragazze giovani di tutti i giorni dalle gonne succinte e immerse in storie d’amore o di affetti quotidiani. “A me interessa raccontare storie e sentimenti,” racconta Cornini “senza sentirmi costretto a rimanere aderente alla materia e all’assoluto realismo: anzi, spesso forzo particolari e tratti delle mani e dei volti perché possano esprimere quello che a me interessa far dire loro. D’altra parte, mi ha sempre affascinato la scultura antica perché essenziale ed intensa, come le sculture greche arcaiche e gli altorilievi etruschi, che hanno un forte potere simbolico ed emblematico”.

Dunque con uno sguardo, certo inevitabile, alle origini arcaiche della scultura, ma insieme con un occhio alle prime avanguardie, come al grande Novecento, alla poesia di Arturo Martini, e per certi aspetti agli introspettivi Teatrini di Fausto Melotti, Cornini sembra seguire un percorso classico e coerente di continuità decisa e coraggiosa di una tradizione scultorea che proprio nel nostro paese vanta le proprie radici. “Quando inizio una nuova opera, so da dove inizio ma non dove arrivo: anche se la tecnica della terracotta mi lascia ampia libertà di modellare, dall’altra mi porta ad affidare parte del risultato al caso. Quando le sculture vengono cotte non so mai che cosa ne uscirà e solo dopo tanti anni di lavoro e di esperienza riesco a intuire e a dominare in parte questa fase di lavorazione: io stesso sono talvolta stupito del risultato e quindi continuo a sperimentare nuovi materiali e tecniche di colore, uso terre e argille diverse, smalti e invetriature che fanno risaltare occhi e palpebre per catturare lo sguardo di chi le osserva. D’altra parte, le protagoniste delle mie storie, le mie donne, non esistono nella realtà ma sono frutto della mia fantasia, di una ricostruzione concettuale, in quanto non uso modelle né fotografie; la sensualità, le proporzioni, il modellato sono proiezioni della mia immaginazione, di una mia anatomia immaginaria e del tutto personale, che disvela il mio mondo, a volta tragico, a volte sensuale e divertente, ma sempre al di fuori del tempo presente”.

Così le sue giovani donne, nell’immobile teatralità di gesti quotidiani, rappresentano microstorie hopperiane di ordinaria umanità, di un’umanità incerta e frastornata e della difficoltà di relazionarsi col mondo, di cui talvolta i titoli stessi delle opere sembrano dare un segnale – “E’ stato bello vederti”, “Proprio io?”, “Resta con me”, frammenti sospesi di malinconici dialoghi di disagio e di vuoto esistenziale. Titoli che sembrano riecheggiare racconti e atmosfere carveriane, dove il linguaggio essenziale e preciso è solo un pretesto, un mezzo privilegiato per lasciar affiorare i disagi, le tragedie, i mondi di significati che si annidano negli avvenimenti quotidiani, negli eventi che si mettono in moto e non si possono più fermare: “Vuoi star zitta, per favore?”, o “Perché, tesoro mio?”, storie di drammi familiari, di incomprensioni, di desolanti rapporti di coppia, luoghi privilegiati del non-detto, titoli di racconti che certo potrebbero essere presi a prestito per le opere di Cornini. Sculture che, animandosi come su un eterno palcoscenico, raccontano tranches de vie poetici e senza tempo, momenti e sentimenti della nostra contemporaneità, atmosfere e tensioni create anche da ciò che è lasciato fuori dalla nostra vista e che uno sguardo, un gesto, un movimento di una mano suggeriscono, lasciando indovinare un continuum narrativo solo sospeso, un prima e un dopo interrotti solo per un attimo.

 

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>Marco Cornini
Sguardi -Tranches de vie poétiques
a cura di Silvia Fabbri

Galleria Francesco Zanuso
corso di Porta Vigentina 26, Milano         
www.galleriafrancescozanuso.com

inaugurazione: mercoledì 25 febbraio dalle 18.30
fino al 12 marzo 2015