I riti oscuri di Saturno Buttò

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Tra sante e dee pagane

di Clelia Patella

A Napoli, ai Decumani, esiste dallo scorso anno una “galleria” d’arte probabilmente unica. Si tratta della CoRE Gallery, e si trova accanto alla Basilica di San Paolo Maggiore in una sala sotterranea del Cinquecento, dove in epoca romana c’era il tempio dedicato a Castore e Polluce.

“Core”, al di là del suo significato in inglese, è in questo caso un acronimo che sta per “COntemporary Room Exhibit”; ma, considerando il fatto che i Decumani sono il vero e proprio cuore della Napoli antica, non è difficile dare al termine una diversa lettura, in lingua napoletana. Così come non può essere un caso che questa galleria sotterranea (underground) ospiti – fatto più unico che raro e che la rende una sorta di ibrido tra la galleria ed un museo permanente – unicamente opere di un singolo pittore, che possiamo senz’altro definire “underground” per le scelte estetiche, tematiche e di percorso che da sempre compie.

Questa serie di apparenti giochi di parole – certamente frutto di una buona stella più che di un divertissement umano – si completano nel nome del pittore in questione: Saturno Buttò. E non certo in quanto stretto parente dei due dioscuri, ma per quello che il nome del dio evoca: l’abbattimento dei moralismi che era tipico dei Saturnalia innanzitutto. Una antica divinità europea infera (… “underground”, ancora), Saturno.

CoRE Gallery proporrà, a metà luglio 2014, un “re-vernissage” del proprio spazio: naturalmente, ancora con opere del nostro, rinnovate per l’occasione.

Buttò nasce a Portogruaro nel 1957, frequenta dapprima il liceo artistico ed in seguito l’accademia di Belle Arti. Sviluppa in quei contesti le caratteristiche che sin da subito saranno peculiari e ricorrenti nella sua opera: una tecnica eccellente posta al servizio dell’Idea, che è ciò a cui realmente l’artista pone attenzione. Un’idea portata avanti, da oltre trent’anni, con estrema coerenza dal punto di vista dello stile, delle tematiche e soprattutto dell’iconografia.

Saturno Buttò

Ciò che Buttò raffigura è la sacralità della figura umana. Le sue ragazze sono sante, oppure dee pagane; ma se chiari sono i rimandi alliconografia religiosa dei maestri del Seicento, come anche alle icone degli agiografi bizantini, forte è il contrasto evocato tra questa scelta estetica e gli elementi che completano – e di fatto compiono – le sue opere. Vengono raccontati ed evocati la sessualità, il dolore, la morte, come elementi caratteristici della decadenza umana – fisica o interiore che sia – con cui ci si deve forzatamente confrontare.

Una decadenza che è strettamente connessa alla spiritualità; dove questa può rappresentare l’ancora di salvezza a cui l’essere umano si aggrappa nel tentativo di sfuggire a tale ineluttabilità, oppure (soprattutto nella sua coniugazione cristiano-cattolica) qualcosa che, al contempo mortificando le passioni e dando al corpo umano una valenza quasi feticistica (non a caso il cristianesimo contempla una vita eterna in cui vivremo nuovamente nei nostri corpi), è spesso generatore di tabù, morbosità e lacerazioni interiori.

Le opere di Buttò, in barba allo stile – frutto in realtà di una costante e fondamentale citazione voluta, oltre che della eccezionale tecnica – sono fortemente contemporanee e tutt’altro che passatiste, pienamente calate nella nostra cultura. Che non è solo di matrice cattolica, ma che attinge a piene mani anche al precristianesimo e al paganesimo. E ai riti apparentemente nuovi, ma in realtà così antichi: la perversione sessuale, la modificazione corporea, il tribalismo delle culture alternative (goth, punk…). Una “nuova religione” oscura.