La balenottera extralarge di Aceto

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A soli 22 anni è già una promessa dell’arte italiana, talento e strategia con Alfredo Aceto.

di Luca Beatrice

Per affermarsi nel mondo dell’arte ci vogliono talento e strategia: uno senza l’altra non basta, soprattutto se si nutre l’ambizione di raggiungere traguardi importanti, attenzione aldilà di ristretti confini e suscitare la curiosità di quegli addetti ai lavori che cominciano a parlare di un giovane come di un caso da seguire.

Tutte queste cose, forse sarebbe più opportuno chiamarle regole, il torinese Alfredo Aceto le ha ben presenti, se è vero che a soli 22 anni viene considerato uno degli artisti più promettenti nel panorama italiano. Finora ha messo insieme, un passo dopo l’altro, una serie di scelte giuste: un anno all’Accademia della sua città, un breve transito da economia, poi subito soggiorni all’estero, in particolare a Ginevra (dove vive ora) e a New York (ci andrà tra sei mesi). La marcia in più gliel’ha data una vorace curiosità intellettuale e un avvicinarsi all’arte con l’atteggiamento di un fan: i suoi miti ha fatto di tutto per conoscerli, incontrarli, insistendo talora in maniera paradossale ma riuscendo comunque a compiere esperienze molto significative, imparando e magari anche disimparando da loro.

A Parigi ha inseguito Sophie Calle, artista che lo ha letteralmente ossessionato fin da ragazzino. Poi ha viaggiato fino in Alaska per capire il modo di lavorare di Paola Pivi che vive lassù con il marito tibetano. E qui il rapporto non ha funzionato del tutto. Queste “avventure” Aceto le racconta in uno storyboard realizzato a quattro mani con un fumettista, che costituisce uno dei lavori esposti alla Luce Gallery di Torino per la prima personale nella sua città.

L’opera centrale di questa curiosa mostra, che ha battezzato con l’affettuoso titolo di Alfredino, è una balenottera in scala 1:1 realizzata in maniera molto realistica in resina grigia. Cosa significa questo cetaceo abbandonato sul pavimento della galleria? Da una parte il tentativo di misurarsi con il “grande lavoro”, ambizioso e difficile, dall’altra chiamare in causa una specie di archivio di memoria millenaria. Uno dei due occhi dell’animale è uguale a quello dell’artista, trattiene e rimanda le sue stesse emozioni, i dubbi, le incertezze. Bello e ricco di poesia.

 

1 commento

  1. Aspettiamo che “cresca” perché non mi pare di avere visto granché al di la delle parole. Troppo poco le sue scorribande al di la e al di qua del pianeta. Preg.mo Luca Beatrice per affermarsi, sono d’accordo, sono necessari talento e strategia ma ci vogliono anche le capacità per gestire sia il talento che le strategie. Buona giornata.
    Francesco M. Scorsone

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