Metropoli come destino: la città allucinata e umanissima di Paolo Zagari

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Il cavalletto di Siviglia di Paolo Zagari, copertina

Nelle sue ultime due pubblicazioni, Il cavalletto di Siviglia e la raccolta poetica Lupi a motore, Paolo Zagari torna a raccontare la metropoli come teatro esistenziale, luogo di alienazione ma anche spazio di resistenza immaginativa. Due libri diversi per forma e ritmo, ma uniti da una stessa ossessione: comprendere come si vive — e come si sopravvive — nel paesaggio emotivo delle grandi città.

Autore da sempre attento alle derive sociali e psicologiche del presente, Zagari trasferisce nella scrittura la sensibilità del documentarista. Il suo sguardo resta aderente alla realtà, ma la realtà viene continuamente deformata, come osservata attraverso una lente imperfetta che amplifica nevrosi, paure e paradossi. Ne nasce una narrazione che non si limita a descrivere la città: la mette in scena come organismo vivo, pulsante e imprevedibile.

Nel romanzo Il cavalletto di Siviglia, l’ambientazione urbana non è solo sfondo ma dispositivo narrativo. La notte, il traffico, la routine quotidiana diventano elementi di una deriva quasi onirica, in cui il protagonista — un uomo qualunque, intercambiabile con mille altri — attraversa una Roma congestionata e metafisica. La prosa è scorrevole ma attraversata da scarti improvvisi, come se la linearità del racconto venisse sabotata dalla stessa instabilità del mondo raccontato. La città appare come un labirinto emotivo, in cui l’orientamento morale e psicologico è sempre precario.

Se nel romanzo la metropoli è un campo di tensione narrativa, in Lupi a motore diventa invece materia lirica. Le quaranta poesie della raccolta registrano la stessa alienazione con uno sguardo più disincantato e ironico. I versi brevi, spesso costruiti su immagini quotidiane — un incrocio, una vetrina, un passante distratto — restituiscono la sensazione di una solitudine condivisa, quasi sistemica. Il poeta osserva il caos urbano con un misto di sarcasmo e malinconia, trasformando il rumore del traffico e il ritmo consumistico della città in metafore di una più profonda perdita di senso.

In entrambe le opere emerge una poetica urbana coerente, in cui la città non è solo spazio fisico ma condizione mentale. Zagari racconta individui sospesi tra desiderio di fuga e impossibilità di sottrarsi alla macchina metropolitana. Il lavoro, il traffico, le relazioni svuotate di significato diventano sintomi di una crisi esistenziale diffusa, che l’autore affronta con una scrittura accessibile ma attraversata da improvvise accensioni visionarie.

Questa tensione tra realismo e deformazione simbolica è uno degli elementi più interessanti del suo lavoro. L’autore non cede mai alla tentazione della denuncia esplicita né a quella dell’estetizzazione pura: preferisce restare in una zona intermedia, dove l’ironia diventa strumento di sopravvivenza e la fantasia un modo per non soccombere alla banalità del quotidiano. Il risultato è una letteratura che osserva la contemporaneità senza giudicarla, ma nemmeno senza assolverla.

Nel panorama editoriale italiano, spesso diviso tra narrativa intimista e romanzo sociale, Zagari occupa una posizione laterale ma riconoscibile. I suoi testi dialogano con la tradizione del realismo urbano, ma ne aggiornano il lessico attraverso una sensibilità visiva e cinematografica che deriva dalla sua esperienza nel documentario. Le sequenze del romanzo scorrono come inquadrature, mentre le poesie funzionano come brevi fermo-immagine, scatti emotivi che isolano un gesto o un dettaglio e lo caricano di significato.

Un doppio lavoro che conferma come la metropoli, lungi dall’essere un tema esaurito, resti uno dei luoghi più fertili per raccontare le contraddizioni del presente — a patto di saperla guardare, come fa Zagari, con insieme disincanto, partecipazione e una costante, inquieta immaginazione.

Lupi a motore, Paolo Zagari, copertina

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