In viaggio nella Libia immaginata di Marcello Dudovich

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C’è un momento preciso in cui si capisce che la mostra La Libia di Marcello Dudovich. Dipinti, bozzetti e fotografie dell’Archivio Galati, allestita da Gli eroici furori a Milano, non è una semplice esposizione di grafica storica. Succede quando si smette di guardare il manifesto finito e si comincia a osservare il processo: lo schizzo, la fotografia, la posa della modella, la traccia di matita. È lì che emerge il vero Dudovich.

Il grande cartellonista triestino Marcello Dudovich (1878–1962), tra i protagonisti assoluti della grafica europea tra Otto e Novecento, è noto soprattutto per l’eleganza dei suoi manifesti pubblicitari. Ha lavorato per Ricordi, ha firmato campagne per marchi come Campari, Pirelli, Borsalino e La Rinascente, e ha attraversato con disinvoltura l’età d’oro della réclame italiana. Ma in questa mostra, organizzata da Salvatore Galati con Elisa Paladino e Michela Taloni, si entra in una dimensione più intima: il laboratorio visivo dell’artista.

Il nucleo espositivo è dedicato alla Libia, soggetto che Dudovich affronta tra suggestione esotica, costruzione scenografica e immaginario coloniale. Non si tratta soltanto di dipinti o manifesti, ma di un sistema visivo complesso fatto di bozzetti preparatori, fotografie e studi. Materiali spesso inediti che permettono di seguire il passaggio dall’osservazione alla stilizzazione grafica.

Le fotografie sono forse la parte più sorprendente della mostra. Dudovich usava spesso immagini scattate da lui stesso come base per il lavoro grafico: modelle, amici, scene improvvisate nello studio milanese diventavano il punto di partenza per figure eleganti e sintetiche destinate alla pubblicità. Anche l’immaginario “libico” nasce così, tra viaggio reale e ricostruzione teatrale. L’artista soggiornò a Tripoli nel 1937 e nel 1951, rimanendo colpito dall’ambiente africano al punto da rievocarlo anche in studio attraverso pose e costumi improvvisati.

È proprio questo cortocircuito tra realtà e invenzione a rendere la mostra interessante: la Libia di Dudovich non è un reportage, ma un dispositivo visivo. Una costruzione elegante, calibrata, quasi cinematografica. Il segno resta quello tipico del maestro triestino: fluido, sintetico, capace di raccontare con pochi tratti una scena intera.

In questo senso il lavoro dell’Archivio Galati – da oltre quarant’anni impegnato nella valorizzazione dell’arte grafica del Novecento – è prezioso. La raccolta, composta in larga parte da bozzetti originali e materiali preparatori, restituisce il momento in cui l’idea prende forma. Non il manifesto già stampato e perfetto, ma il pensiero che lo precede.

Il bel volume La Libia di Marcello Dudovich. Dipinti, bozzetti e fotografie dell’Archivio Galati accompagna la mostra e ne amplia il racconto. È un libro che vale la pena sfogliare con calma: non solo catalogo, ma vero strumento di studio, capace di restituire la complessità del lavoro dudovichiano tra pittura, illustrazione e fotografia.

La sensazione finale è quella di aver attraversato una stanza privata dell’artista. Non la facciata pubblicitaria che tutti conoscono, ma il backstage creativo. E, in fondo, è proprio questo che rende la mostra milanese un piccolo caso felice: ci ricorda che dietro ogni grande manifesto c’è sempre una matita che prova, sbaglia e ricomincia.