Al Castello di Novara si fa l’Italia, un quadro alla volta

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Mostra Novara: L'Italia dei primi italiani. Recensione di Emanuele Beluffi
Adolfo Tommasi, Piazzale Michelangelo, 1883, olio su tela 53 x 96,5 - fonte METS Percorsi d'arte

L’identità nazionale si costruisce (anche) a colpi di pennello, tra un paesaggio alpino che toglie il fiato alla varia umanità delle città. Dalle Alpi alla Sicilia al Castello di Novara va in scena la nostra autobiografia estetica: “L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata”, a cura di Elisabetta Chiodini.

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui l’Italia era un’espressione geografica (copyright Metternich) e gli italiani una folla indistinta in cerca d’autore. Poi sono arrivati loro, i pittori. Prima della storia, l’arte aveva già fatto gli italiani: se volete capire chi eravamo dovete fare un salto al Castello di Novara (fino al 6 aprile 2026, segnatevelo).

Settanta opere. Non settemila, settanta. Il numero giusto per non uscire con la sindrome di Stendhal, sufficiente per capire che l’identità nazionale non si è formata nei salotti ma sulla terra, davanti al mare, al cospetto delle montagne, nelle città e nei borghi, nei salotti e nelle risaie, nei freschi parchi in primavera e lungo le strade meno illuminate dalla notte. La mostra è divisa in otto sezioni che scandiscono il ritmo di un Paese in trasformazione, dai campi alla città, dalla solitudine della montagna al caos della modernità incipiente.

I nomi, fuori i nomi. C’è Emilio Longoni, con il suo verismo più vero del vero che emana dal celebre quadro “La Piscininina”- e via quella patina di naftalina dall’Ottocento!). C’è Carlo Fornara, il cantore della Val Vigezzo che trasforma il paesaggio in un’esperienza heideggeriana. E insieme ai pittori del territorio ci sono le superstar da manuale universitario, da Giuseppe De Nittis a Mosè Bianchi, da Giovanni Fattori a Telemaco Signorini, da Aristide Sartorio a Silvestro Lega a Emilio Cavenaghi, fino a Rubens Santoro, Francesco Paolo Michetti, Adolfo Tommasi e Vincenzo Migliaro e tante altre soprese con cui l’Italia qui si fa tutta, per una mostra che è un’operazione culturale resa possibile anche grazie al collezionismo privato, che ha prestato opere che altrimenti vedreste solo sui libri o sul webbe. A dimostrazione che il mercato e la cultura, quando dialogano, fanno scintille.

 Mostra Novara: L'Italia dei primi italiani. Recensione di Emanuele Beluffi
Michele Cammarano, Presso il Colosseo, 1870 ca, olio su tela, 70 x 119,5, cm

Tre sono i momenti in cui il cuore batte forte. Primo: la sala dedicata alla prostituzione. Niente pruderie da educande, niente voyeurismo, le “signorine” ritratte non sono icone del vizio, ma lavoratrici di un’industria sotterranea, come nello splendido “Vita milanese” di Pompeo Mariani (di lui, sublime anche “Sussurri”, ritratto di vita mondana upper middle class). Ma i questa stessa sala c’è anche il lato oscuro che la prostituzione ha avuto nell’Ottocento, rappresentato dall’eccellentissimo Angelo Morbelli, presente in tutta la mostra con una serie di opere che sono un carico da novanta.

Secondo e terzo: le sale dei paesaggi. Mare e Montagna. Qui il vedutismo non è da cartolina, è uno stato d’animo, con il gelo colorato delle cime innevate che dialoga con il profumo del mare.

Uscendo dall’estasi estetica torniamo coi piedi per terra, anzi, nel bookshop. Il catalogo, edito da METS Percorsi d’arte, è un oggetto da avere assolutamente: carta di pregio, splendide foto, note e testi e un apparato che farebbe la felicità di qualsiasi topo da biblioteca, quasi 300 pagine da annusare, leggere e guardare.

E per chi vive di selfie? Come direbbe la Loren, accattatevillo: un’installazione con un ombrello rosso sotto cui posare, ispirata al celebre dipinto “Quanto sa di sale lo pane altrui” di Eugenio Spreafico. Vi mettete lì, scattate e l’identità nazionale finisce dritta nelle vostre storie. È il cortocircuito perfetto tra il 1883 e il 2026 alle porte.

Italo Nunes Vais, Ancora un bacio, 1885, olio su tela, 105 x 65 cm