
Stefano Boccalini, nato a Milano nel 1963 dove vive e lavora, ex assistente di Gianni Colombo, è tra gli artisti italiani più qualificati in patria e all’estero nell’ambito dell’Arte Pubblica, dove AGISCE CREA COMUNITA’! Insegna Arte Pubblica alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) a Milano, ed è direttore artistico di Ca’Mon, Centro di Comunità per l’Arte e l’Artigianato della montagna di Monno in alta Valcamonica. In questa intervista ci racconta perché lo Spazio Pubblico, che attraversa con uno sguardo critico, esplorandone le dinamiche sociali, culturali ed estetiche che lo caratterizzano, è diventato uno dei punti centrali della sua ricerca artistica.
Che tipo di spazio Pubblico esplori ?
All’inizio il rapporto con lo spazio era di tipo fisico e si sviluppava attraverso il confronto con l’architettura e il paesaggio, successivamente ho cominciato a considerarlo un insieme più complesso di fattori, sociali e antropologici. Lo spazio pubblico è diventato così, per me, un luogo dove attivare processi di conoscenza e di scambio fondati sulla condivisione e dove costruire appartenenze a partire dal desiderio. Ma anche un luogo dove riflettere e far riflettere, dove porre e porsi domande per comprendere meglio la realtà che ci circonda.
Qual è la differenza tra l’Arte Pubblica degli anni 1968/1978 con quella sempre più legata al territorio del nuovo millennio?
Dando per scontata la profonda diversità del contesto sociale e politico, credo che la differenza stia nell’idea di partecipazione. Se in passato si sviluppava all’interno di un perimetro predisposto dall’artista, oggi questo perimetro svanisce e la costruzione del lavoro passa attraverso un processo di condivisione.
Sei stato l’assistente di Gianni Colombo, cosa hai imparato da lui?
Ho imparato a spostare lo sguardo per comprendere meglio ciò che mi circonda e questo mi è servito sia nella vita che nel lavoro.
Nel 2013 in Val Camonica esponi un progetto di Arte Pubblica in dialogo con il territorio e ti sei innamorato di questa terra dei cittadini e artigiani locali, ci racconti come sei diventato direttore artistico di Ca’Mon?
In quell’anno sono stato invitato in Valle per partecipare ad una residenza artistica, aperto_art on the border, e da allora ho continuato a frequentarla. Ho iniziato a far realizzare alcune mie opere dagli artigiani locali e a collaborare con la Comunità Montana su alcuni progetti legati all’arte contemporanea, dopo qualche anno in cui la collaborazione si è consolidata, mi è stata offerta la direzione artistica di Ca’Mon, un luogo che ho contribuito a far nascere e dove sto attivando processi di consapevolezza legati ai saperi locali, qui le tradizioni trovano le condizioni per rigenerarsi e assumere nuove forme. Il Centro è un laboratorio permanente di sperimentazione e di ricerca, che a partire da una condizione locale, vuole contrapporre la cultura della diversità e della biodiversità all’omologazione cui tende la contemporaneità. Qui le tradizioni non assumono un senso nostalgico, ma diventano la porta di accesso al futuro.
Che potenzialità ha questo Centro per la comunità e a cosa serve?
Pochi mesi fa all’interno di Ca’Mon è nata un’associazione, Intrecci, con lo scopo di valorizzare i saperi legati alla tessitura e alle varie forme di ricamo. Un gruppo di circa dieci donne di varie generazioni che si sono consorziate per collaborare e ridare nuova vita e nuove forme a queste tradizioni.
Creare nuove economie a partire dalla consapevolezza delle potenzialità che caratterizzano il territorio credo sia una strada possibile per innescare processi di sviluppo in luoghi interessati da forme di spopolamento dovuto alla carenza di lavoro.
Nel 2020 con il progetto “La regione nelle mani” sei stato tra i vincitori dell’ottava edizione dell’Italian Council promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, cosa hai proposto e provocato nel tempo?
La regione nelle mani è un progetto che ho pensato per la Valcamonica e nello specifico per il paese di Monno, un lavoro che si è mosso su due livelli, quello del linguaggio e quello dei saperi artigianali e si è sviluppato attraverso il coinvolgimento della comunità locale: Il lavoro ha preso il via con un laboratorio, sulle parole intraducibili a cui hanno partecipato tutti i bambini di Monno. Poi ho coinvolto quattro artigiani e otto giovani apprendisti interessati a confrontarsi con alcune pratiche artigianali: la tessitura dei pezzotti, l’intreccio del legno, il ricamo e l’intaglio del legno.

lana cotta, 60×235 cm, opera realizzata all’interno del progetto: La ragione nelle mani vincitore dell’ottava edizione del bando Italian Council, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, cortesy GAMeC (Galleria D’Arte Moderna e Contemporanea) di Bergamo, 2021.
Queste tecniche continuano a sopravvivere ma stentano a creare nuove economie, quando invece potrebbero offrire l’opportunità ad alcuni giovani di costruirsi un futuro all’interno delle proprie comunità, investendo sul territorio. Ripartire da una condizione locale, come possibile modello di sviluppo, ci permette di guardare alla “diversità” che il territorio sa esprimere, e alla ricchezza che questa offre, come a uno spazio progettuale dentro il quale costruire nuove forme di lavoro da contrapporre a un sistema produttivo, omologante. Le parole che ho utilizzato in questo progetto sono parole intraducibili e parlano del rapporto tra gli esseri umani e del loro rapporto con la natura e arrivano da lingue diverse, molte delle quali minoritarie che a stento resistono all’uniformazione. Sono parole che non hanno corrispettivi in altre lingue e quindi non possono essere tradotte ma solamente spiegate con dei concetti. Nel rischio della loro scomparsa vi è la cancellazione permanente della ricchezza legata a quella biodiversità linguistica che queste parole intraducibili hanno la capacità di esprimere in modo così efficace.

legno intrecciato, 90x400x92 cm, opera realizzata all’interno del progetto: La ragione nelle mani vincitore dell’ottava edizione del bando Italian Council, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, cortesy GAMeC (Galleria D’Arte Moderna e Contemporanea) di Bergamo, 2021.
Il luogo dove La ragione nelle mani ha preso forma è un territorio montano, decentrato, una valle Alpina, dove la natura ha un forte impatto sui ritmi della quotidianità e dove le varie comunità hanno ancora la capacità di riconoscersi attraverso un’identità territoriale. Il legame che c’è tra questo luogo e alcune parole che arrivano da lingue lontane e minoritarie sta in una parola: biodiversità. In un territorio come quello della Valcamonica la biodiversità appartiene alla natura, come lo dimostra il fatto che è considerato uno tra i territori europei con la più alta biodiversità vegetale, ma passa soprattutto attraverso i saperi che sa esprimere, competenze che sono a rischio perché non più in grado di reggere il confronto con una contemporaneità che tende sempre più verso l’omologazione.
Come la biodiversità diventa “luogo”?
Nelle parole intraducibili, che ho utilizzato, si riflette una biodiversità che in questo caso è linguistica, e che è a rischio. Se spariscono le parole, si perdono i saperi. Allora, la biodiversità diventa per me il “luogo” dove trovare nuove alleanze per preservare quella “complessità” di cui abbiamo bisogno per salvaguardare il futuro delle generazioni che verranno.
Sei solito utilizzare materiali predisposti a un processo naturale di cambiamento formale, perché?
L’esempio più significativo è un’opera permanente che ho realizzato nel comune di Temù in alta Valcamonica PubblicaPrivata, un lavoro nato all’interno di Aperto_ art on the border, un progetto di arte pubblica, curato da Giorgio Azzoni e sostenuto dalla Comunità Montana, dove mi è stato chiesto di realizzare un lavoro sul tema dell’acqua.

acciaio e ferro, 670x100x20 cm, opera permanente, realizzata per: aperto_ art on the border 2015, foto S. Serretta, courtesy Distretto culturale di Valle Camonica, Temù (BS), 2015.
Ho collocato l’opera all’interno del fiume Oglio nel comune di Temù, le sue dimensioni sono state pensate appositamente per adattarsi ad uno sbalzo già presente in modo che l’acqua possa scorrere senza impedimenti, ma allo stesso tempo bagnarla. La scelta dei materiali è stata fondamentale, avevo bisogno di due materiali il più possibile uguali dal punto di vista estetico ma con caratteristiche diverse. Ho scelto il ferro e l’acciaio, materiali che appaiono simili, ma che a contatto con l’acqua reagiscono in modo differente: il ferro tende ad arrugginirsi e col passare del tempo si deteriora, l’acciaio non viene corroso dall’acqua e quindi mantiene le sue caratteristiche originali. Con l’acciaio ho scritto la parola “pubblica” e con il ferro la parola “privata”, chiaramente il riferimento è all’acqua. L’acqua e il tempo stanno modificato l’opera e stanno mettendo in evidenza quello che è il mio pensiero su una questione così delicata.
Hai appena partecipato al bando Scenari Alpini indetto dal MUFOCO (Museo della fotografia contemporanea) e sei uno dei vincitori con il progetto: Tessere domande – saperi, parole e spazio pubblico, ci racconti cosa farai.
Voglio sviluppare una narrazione visiva che ci interroghi e ci stimoli a riflettere sul rapporto con gli altri, con il territorio che abitiamo e i saperi che lo costituiscono e lo farò attraverso la creazione di alcuni manufatti artigianali legati alla tessitura. Come potrai immaginare lavorerò con le artigiane di Monno.
Per chi fai le tue opere site-specific – e chi le compra?
Alcune di queste opere sono permanenti e mi sono state commissionate e comprate dalle varie istituzioni locali dove sono stato invitato, a volte con finanziamenti esterni (fondazioni bancarie, aziende, ecc…).
Quali gallerie supportano il tuo lavoro ?
La galleria che rappresenta il mio lavoro è lo Studio Dabbeni di Lugano
Parafrasando una tua opere, sappiamo ancora: Guardare, Ascoltare e Sognare, nell’epoca delle connessioni veloci e dell’intelligenza artificiale ?
Non so risponderti ma me lo chiedo e lo chiedo agli altri attraverso il mio lavoro, attraverso le mie opere, in questo momento mi sembra fondamentale porsi delle domande.
Hai sperimentato l’Intelligenza Artificiale in qualche processo di relazione o conoscenza di un dato spazio o in un’opera, se si quale ?
No
Cos’è l’arte per te e a cosa serve?
L’arte ci aiuta a spostare lo sguardo e ci permette di osservare la realtà da punti di vista diversi da quelli che siamo abituati ad adottare e ci accompagna nella costruzione di un pensiero che va al di là dell’omologazione a cui tende la contemporaneità. Per quanto mi riguarda, fare arte, è l’unico modo che conosco per dare senso alla mia vita e a ciò che la circonda.
Quale opera pensi che avresti potuto fare meglio e di cui ti sei pentito di averla fatta in un certo modo?
Guardo sempre i lavori che ho fatto alla luce del momento in cui li fatti.











