Stella Egitto: «La mia Sicilia ne “I racconti” di Giovanni Virgilio»

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Stella Egitto interpreta la protagonista Maria nel film "I racconti della domenica" di Giovanni Virgilio_credits Courtesy of Press Office

Quarant’anni di storia dipinti in un quadro filmico dalle sfumature neorealiste. Le atmosfere della Sicilia più autentica, una terra che sa mostrare la propria bellezza e lasciarsi abbracciare da un romanzo familiare che ha il sapore del riscatto e della rinascita. L’attrice messinese Stella Egitto è la protagonista Maria ne “I racconti della domenica”, lungometraggio diretto da Giovanni Virgilio e prodotto da Movieside Cinematografica con Rai Cinema, il contributo del Ministero della Cultura e il sostegno della Film Commission siciliana. Una donna controcorrente che, silenziosamente, si ribella per amore al matrimonio cui era destinata e sposerà il politico Francesco Giuffrida (Alessio Vassallo, ndr), cresciuto in collegio durante la seconda guerra mondiale senza la figura paterna. Sino all’omicidio di Aldo Moro, nell’Italia del 1978 guidata dalla Democrazia Cristiana, Maria sarà la sua compagna di vita, complice e fedele consigliera di un uomo perbene che, nelle lettere al padre partito per l’America in cerca di fortuna, parla di sé e dell’impegno da sindaco in un piccolo paese del quale, ormai, è diventato un imprescindibile punto di riferimento. Il teatro, i progetti internazionali e il sogno di nuovi ruoli per mettersi costantemente alla prova, attraverso lo studio e la ricerca. La voglia di farcela nelle parole di una delle più talentuose interpreti italiane, in sala dal 10 novembre accanto allo straordinario Nino Frassica nei panni del sacerdote Don Peppino.

Come è cambiata la sua Sicilia? 

«Credo si possa finalmente parlare di evoluzione, nonostante io non sia particolarmente aggiornata sulle dinamiche dei paesini siciliani poiché vivo a Roma. Sicuramente, un passo verso il progresso, con l’allineamento ai tempi moderni, c’è stato, anche se esistono luoghi in cui tutto ciò non è avvenuto. Per esempio, Castiglione di Sicilia, il borgo dove è ambientato il film, è stato scelto per la sua naturale predisposizione alla scenografia, senza alcun bisogno di stravolgimenti artificiali. Si tratta di realtà territoriali cristallizzate nel tempo, gioielli paesaggistici che identificano le nostre origini».

Maria, il suo personaggio, è una donna che sfida l’etichetta. Si identifica in lei?

«Si, entrambe condividiamo la capacità di essere persone libere. Non ho mai ricevuto imposizioni dalla mia famiglia, dunque ho avuto la fortuna di crescere con la facoltà di prendere le decisioni più opportune per me stessa. Sono del parere che una parte fondamentale dell’educazione consista proprio nel guidare qualcuno verso scelte consapevoli e non condizionate. E ciò riguarda soprattutto la mia professione, un apparente salto nel vuoto se confrontata con altre vie più convenzionali. Maria, invece, possiede quell’indipendenza che va a scontrarsi con le convenzioni sociali dell’epoca, ma ci accomunano un forte senso di individualità e libertà».

Aveva già girato con Virgilio “Malarazza”. Le differenze sul piano registico e interpretativo?

«Sono due film diversi, “I racconti della domenica” è una pellicola ambiziosa che viaggia in quarant’anni di storia italiana. “Malarazza”, invece, sposa il presente: lì ho avuto la possibilità di incontrare ragazze più giovani di me di alcuni anni e mamme di quattro figli. Un’esperienza immersiva nella periferia. La preparazione per quest’ultimo lungometraggio è stata impegnativa, ho sentito attentamente le storie di Giovanni e di sua madre, che è co-sceneggiatrice, perché sul grande schermo è rappresentata la vita del nonno Francesco Gurgone. L’ascolto e la ricerca di quel periodo storico sono stati preziosi per interpretare Maria. Io e il regista ci conosciamo da parecchio e, durante le riprese di “Malarazza”, sentivo parlare di un progetto entusiasmante che vagava nella sua mente, della volontà di narrare al cinema il suo romanzo familiare. Sono contenta che ci sia riuscito».

Sul set ha indossato un abito appartenuto alla nonna del regista. 

«È stato davvero emozionante, senza dubbio per il legame emotivo con i suoi cari. Le testimonianze fotografiche della nonna con lo stesso vestito e la reazione del cast quando l’ho indossato per la prima volta mi hanno regalato ricordi indelebili, un tuffo nella memoria».

Il ruolo per il cinema che sta ancora aspettando? 

«Sono infiniti, ma mi piacerebbe lavorare su un personaggio affetto da un disturbo psichiatrico. Studiando e sviscerando le caratteristiche ritenute dall’esterno apparentemente negative, sarebbe possibile comprenderle e, talvolta, addirittura difenderle per immedesimarsi al meglio. Dopotutto, l’aspetto più divertente di questo mestiere sta nello sforzo di calarsi in qualcosa di completamente distante dalla mia personalità e dal mio mondo interiore».

Quando tornerà a teatro con “Follia” di Shakespeare per la regia di Max Mazzotta? 

«Mi auguro al più presto, è uno spettacolo complesso che coinvolge vari attori e, forse, il lavoro teatrale più bello al quale abbia mai partecipato. C’è una voglia immensa di ritornare in scena, magari approdando su un palco della Capitale».

Un casting per una produzione cinematografica straniera?

«È un sogno nel cassetto e mi impegno ogni giorno per realizzarlo. In passato, ho sfiorato l’ingaggio in una serie Netflix, però non demordo e continuo a prepararmi costantemente guardando al domani con determinazione».

Cosa le manca, oggi?

«Domanda difficile. Immagino di percorrere la strada giusta, sia personale che professionale, e sento di non aver mai tradito me stessa. Non è che un terzo dell’intero cammino, ci sono ancora numerose opportunità ed esperienze che potrebbero arrivare da un momento all’altro: dal recitare con cineasti che stimo e ammiro, fino a coronare il desiderio di una famiglia. E mi manca visitare posti che non ho visto. Ma il termine “mancanza” è improprio, nel futuro spero di concretizzare i miei progetti».

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