Daniele Monterosi nel cast di House of Gucci:”Ho realizzato il mio sogno, essere diretto da Ridley Scott”

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Lo stiamo vedendo nella serie Amazon “Vita da Carlo” e dal 16 dicembre è sul grande schermo nell’attesissimo kolossal House of Gucci di Ridley Scott. Una carriera meritatamente in ascesa, quella dell’attore Daniele Monterosi, che si racconta a cuore aperto a Off.

Ti stiamo vedendo nella serie Vita da Carlo. Come nasce questa tua nuova avventura lavorativa?

Nasce come nascono tutte le cose che faccio: con tanto tanto lavoro dietro. Per essere nella serie ho dovuto superare diversi provini. Eravamo in lockdown e così il primo provino lo girai in casa, da solo, con uno di quei video che chiamiamo self tape. Lo girai con un mio amico. Mesi dopo arrivando sul set, Arnaldo Catinari – uno dei due registi della serie assieme a Carlo Verdone – mi disse che quel video era talmente piaciuto che mi avevano fortemente voluto nella serie; un feedback che mi riempì di gioia: tutto il lavoro che avevo messo in quel selftape non era stato vano! Per aiutarci a dare il meglio nel nostro lavoro – soprattutto quando siamo costretti a lavorare da casa – a noi attori questi feedback servirebbero molto più spesso e molto prima. 

Com’è stato dividere il set con il Verdone nazionale?

Nella serie interpreto un medico che fa una visita neurologica dai risvolti “molto particolari” a Carlo Verdone e Max Tortora. Ma la scena originariamente non era scritta così. Prima di girare Carlo Verdone mi fa chiamare e illustra a me e a tutti i reparti come voleva che si girasse: stravolge la scena praticamente, aggiungendo un “Coup de Theatre” al mio personaggio. E così l’abbiamo girata, seguendo le sue indicazioni e poi improvvisando per tutto il pomeriggio. Improvvisare con Carlo Verdone: praticamente ho vissuto un sogno! Mentre la giravamo ridevano tutti, cameramen, reparti, tutti! Durante un ciak anche Max Tortora era paonazzo e non riusciva a trattenersi. L’unico serio, impassibile, era Carlo. Poi a un certo punto andiamo tutti a rivederci ai monitor. Io ero accanto a Carlo e a Max. Carlo guarda la scena, serio, poi mi guarda e finalmente sorride. Finalmente l’ho visto contento del lavoro che avevamo fatto insieme. Genio creativo, estrema concentrazione e grande generosità: alcune cose che ho imparato e ho cercato di assorbire lavorando un giorno intero con un Uomo e Artista immenso che amo e ammiro da sempre.

In contemporanea, sarai a breve sul grande schermo con il film del momento: House of Gucci. Impossibile non chiederti come sia stato dividere il set con artisti di fama internazionale

Essere diretti da Ridley Scott credo sia uno dei sogni nel cassetto di ogni attore in ogni angolo del pianeta. Vederlo all’opera è stato un privilegio: sin dal primo istante mi ha dato grande libertà e estrema fiducia aggiungendo cose (e inquadrature) al mio personaggio. Voce calma nel descrivere cosa voleva da una scena, sguardo profondo e sicuro, alla fine di ogni ciak mi faceva un cenno col pollice all’in sù per dirmi che stavo facendo bene. E poi c’è stata lei: Stefania Germanotta, in arte Lady Gaga. La partner di scena ideale: coraggiosa, viva, sempre diversa. Abbiamo girato un giorno interno e sin dal primo momento è nata una grande sintonia tra di noi, come se ci conoscessimo da sempre. Originariamente il mio personaggio aveva solo una battuta ma Stefania mi ha invitato da subito a improvvisare con lei – in inglese e in italiano – e molte cose di quegli scambi improvvisati tra me e lei sono rimasti nel film. Alla fine di ogni ciak mi abbracciava e mi diceva delle cose bellissime. Non mi sono mai sentito così stimato e valorizzato su un set in vita mia. Ma devi arrivarci iper preparato!

Come nasce la tua passione per questo mestiere?

Mi scopro attore come molti bambini a cinque anni, dicendo la poesia su una sedia davanti a tutta la famiglia. Poi più nulla per anni fino a quando mi sono ritrovato sul palco di un villaggio. Per diversi strani motivi salii su quel palco e le 700 persone presenti scoppiarono in un grande applauso. E quelle cose lì ti segnano per sempre! Da lì infatti non ho più smesso: ho frequentato il corso di teatro del mio liceo, poi alcune scuole di recitazione a Roma e infine il Centro Sperimentale di Cinematografia, la Scuola Nazionale di Cinema. Da lì poi è cominciata la professione ma lo studio e la formazione ancora oggi fanno parte del mio percorso e della mia vita.

Quando hai capito che quella passione stava per trasformarsi in un vero e proprio lavoro?

Ci sono due momenti molto precisi: il primo momento è stato quando avevo 20 anni e mi dissi: “se voglio fare l’attore devo fare una scuola importante!” e così provai ad entrare alla Scuola Nazionale di Cinema. Il secondo momento è ogni giorno. Quella dell’attore è una professione talmente “particolare” che la devi scegliere ogni giorno.

La pacca sulla spalla che ti ha maggiormente inorgoglito?

Fortunatamente ho avuto fin qui molte pacche sulle spalle. Le più preziose, quelle alle quali sono più legato, restano comunque quelle degli inizi: non scorderò mai la pacca sulle spalle del regista Piero Maccarinelli e di Tullio Kezich quando mi scelsero come protagonista per quell’operazione molto speciale che fù “Il Romanzo di Ferrara”, ultima opera teatrale di Tullio. Fu il mio debutto in uno spettacolo teatrale importante, che mi portò anche al debutto cinematografico: in quello spettacolo, infatti, mi vide Michele Placido che creò un ruolo apposta per me nel film “Il Grande Sogno” accanto a Luca Argentero, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca. Quelle di Piero, Tullio e Michele furono tre belle pacche sulle spalle da tre grandi del teatro e del cinema ai quali sarò per sempre grato.

Generalmente cosa ti dà la forza per affrontare i momenti no?

Gli amici, le buone letture, ballare, cantare, urlare, correre, i ritiri di meditazione, fare cose sceme e soprattutto la mia famiglia.

Come riesci a conciliare la sfera professionale con quella privata?

Semplice: non ci riesco. Scherzi a parte, sono molto focalizzato nel lavoro al momento. Il fatto è che amo il mio lavoro e quindi non mi accorgo che è tempo dedicato al lavoro; non so se mi spiego?! Così ho scoperto un trucco: fare una lista delle cose importanti e dedicare del tempo di qualità a quelle cose lì: come fossero impegni di lavoro (di un lavoro che amo, appunto.)

Guardando al futuro, quali altri traguardi ti piacerebbe raggiungere?

Ho moltissimi sogni e tutti ambiziosi. Ho seguito il consiglio di James Cameron e ho fissato degli obiettivi ridicolosamente alti. Vi terrò aggiornati sugli sviluppi.