Uno sguardo ambientale, l’arte secondo Guido Mitidieri

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Guido Mitidieri, architetto e artista ambientale, inizia il suo percorso artistico laureandosi presso la Facoltà di Architettura, per poi proseguire gli studi presso la Aalto University di Helsinki dove segue  Arte e progettazione del legno. Utilizza l’arte ambientale come un luogo di mediazione tra il pensiero ed il corpo. Realizza installazioni site-specific di arte ambientale ed arte didattica, oltre a progetti di architettura in legno e design di interni.

Cosa intendi con l’autodefinizione di “artista ambientale”?

La cultura del nostro tempo esibisce un fastidio nei confronti di quell’atteggiamento che anziché spendersi nella risoluzione pratica dei problemi immediati, tende a prenderne le distanze per dedicarsi alla riflessione sul significato. I problemi della quotidianità ci assillano e sembrano prendere la maggior parte del nostro tempo:  problemi politici, economici, ecologici ma anche e soprattutto affettivi: che ne sarà di me? L’arte apparentemente si ritrae dai problemi del mondo. Ma quando si ha a che fare con questi problemi si ha sempre a che fare con la nostra volontà di continuare a vivere. Anche l’arte vuole continuare a permanere. In questo contesto si corre il rischio di far proprie le strutture concettuali maggiormente in circolazione nell’epoca storica in cui ci si trova a vivere. Per quanto mi riguarda il termine “ambientale” non vuole fare riferimento all’ecologia. Mi riferisco invece ad un ambiente che non è un atto logicamente ulteriore rispetto alla posizione originaria del contenuto che appare ma che è immediatamente e originariamente aperto sul mondo. Un luogo che non incomincia ad apparire e che non è destinato ad esaurirsi ma ad approfondirsi nell’intensità dello spettacolo che appare.

Osservando molte delle tue opere si ha l’impressione di uno stretto contatto con la natura. Cosa rappresenta per te?

Nella nostra tradizione Occidentale la natura è il riflesso di una dimensione immutabile. Essa è eterna perché sempre salva dal niente che minaccia e avvolge una dimensione definita come la “totalità” delle cose. È una convinzione comune a molte voci che popolano la scena contemporanea: ecologia, religione, scienza, arte. L’arte come ogni linguaggio, è immagine, rispecchiamento di un senso. Ma a ben vedere, ad essere linguaggio non sono solo le parole, ma anche, in qualche modo, tutte le cose visibili, udibili, toccabili. Le mie opere d’arte site specific sono momenti che si dispiegano nel tempo, che non mediano un significato altro da loro ma che indicano nella loro processualità il colore di un errore.   

Quale significato ha per te l’errore all’interno dell’arte e come ti poni riguardo ad esso?

Il tema è molto vasto, e in un'intervista dove si cerca di essere sintetici, anche in favore dei lettori si corre il rischio di essere non solo fraintesi, ma anche molto inaccettabili. Lo sguardo dell’uomo non è aperto sulle cose, sulla “rerum natura”, ma è un vedere originariamente i colori. La coscienza del colore è la coscienza della coscienza del colore, ovvero l'uomo stesso. Di solito ci si rappresenta il pensiero (la coscienza, il soggetto) come ciò cui sia consentito di non avere come contenuto se medesimo. Si pensa cioè che dapprima vediamo le cose, poi, riflettendo sul nostro vedere, vediamo il vedere. Poiché vediamo che il nostro modo di vedere le cose non solo è condizionato storicamente, ma muta con il passare del tempo, siamo convinti di non poter in nessun caso pervenire ad un sapere che non sia soggettivo o parziale. Una parte della “nostra” cultura, preso atto di questo meccanismo, si organizza per incominciare un cammino di riavvicinamento alla verità con la V maiuscola. Un'altra parte si persuade che il senso ultimo della realtà sia qualcosa di indicibile. L'eclissi della verità lascia ancora spazio alla dimensione crepuscolare dove più o meno oggi ci muoviamo tutti. Si tratta di meditare sull’indicazione che la vita non può essere altro che l’agire e l’agire è di per sé errore, cioè non verità. Non semplicemente nel senso che la vita sia lo spazio al cui interno può accaderci di errare, ma nel senso che è proprio in quanto si vive che si erra.

 Uno dei tuoi ultimi progetti s’intitola “Agonia dell’identità”. Di cosa si tratta e come si sviluppa?

Dobbiamo agire, è così. Ma per agire bisogna essere in grado di decidere. Mi piace ricordare che il verbo decidere viene dal latino caedo che significa cadere, urtare ma anche uccidere. Nel progetto da me realizzato presso il Quartiere Soccorso nella città di Prato, ho messo i passanti di fronte a questa rete concettuale mediante una sovrapposizione tra arte performativa e visuale. Dando loro la possibilità di sedere in strada, nel contesto della vita di tutti i giorni, e di osservare con attenzione il mio quotidiano processo di realizzazione di una opera d’arte si ritrovavano in una relazione immediata tra l’arte, il contesto e loro stessi. A mio modo di vedere le cose non dovrebbero essere accompagnata dal furore e dall’entusiasmo. Questi sono sentimenti che appaiono dopo che l’azione ha deciso di accadere. Prima dovrebbe esserci un lutto silenzioso, lasciare apparire il solco della necessità della scelta del nostro essere morti, per vedere oltre l’errare del mortale. Per quanto mi riguarda l’arte in quanto una delle forme del vivere, è una volontà di potenza sulle cose e quindi di violenza. Ma diverso è il significato dell’agire di chi sa di star maneggiando coltelli affilati rispetto a chi vaga nell’oscurità e invoca la luce. In questo modo si sa colpire e affondare il colpo ma anche  «In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna: “Togliti di là e gettati nel mare”, e non avrà alcun dubbio nel suo cuore, ma crederà che quel che dice s’abbia a compiere, questo si compirà. Perciò vi dico: tu e le cose che chiedete nella preghiera, abbiate fede di ottenerle, e le otterrete.» (Mr. 11, 20-26) Lo dice parte della riflessione ecologica quando afferma “quando l’uomo sarà estinto, la Terra continuerà ad esistere come se nulla fosse”; lo pensa la religione quando, con la potenza concettuale e la profondità che le compete, crede che la vita dell’uomo sia una piccola cosa affidata alle mani di un Dio immutabile; e infine lo dice anche una parte della scienza moderna quando crede che il suo scopo sia quello di organizzare mezzi al fine di conoscere le leggi che regolano e governano la vita nell’Universo.