Toni D’Angelo “Calibro 9, la mia dichiarazione d’amore al film di genere”

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Nel 1972 Fernando Di Leo segna una svolta nel cinema di genere italiano con “Milano Calibro 9”, primo capitolo della cosiddetta Trilogia del milieu”. Dopo quasi cinquant’anni Toni D’Angelo realizza un sequel-omaggio al film cult, con Calibro 9, prodotto da Minerva Pictures, Gapbusters e Rai Cinema e disponibile sulle principali  piattaforme on demand, dopo essere stato presentato fuori concorso al Torino Film Festival 2020. Protagonista Marco Bocci nei panni di Fernando Piazza, figlio di Ugo e Nelly Burdon, interpretati nella pellicola originale da Gastone Moschin e Barbara Bouchet. Tipica del genere la trama del film. Avvocato penalista, Piazza si troverà in mezzo alla guerra tra i clan Corapi e Scarfò, causata dalla scomparsa di un’ingente somma di denaro appartenente alla ‘Ndrangheta. Costretto a fuggire, sarà supportato dall’ex compagna Maia Corapi (Ksenia Rappoport), incaricata di proteggerlo. Nel cast, oltre alla Bouchet che riprende il ruolo di Nelly Burdon, anche Alessio Boni nei panni dell’agguerrito Commissario Valerio Di Leo e Michele Placido in quelli dell’ex detenuto Rocco Musco (interpretato nel ’72 da Mario Adorf), che ha finito di scontare la pena per l’omicidio dell’assassino di Ugo Piazza. Produttore e co sceneggiatore del film Gianpaolo Curti, figlio di Ermanno, produttore del film originale.

Realizzare il seguito di una pellicola cult è un’impresa piuttosto rischiosa. Come avete affrontato questa sfida?

Gianluca aveva i diritti del film, e quindi la possibilità di farne un remake. Entrambi siamo amanti del cinema di genere, per cui nel momento in cui abbiamo pensato di realizzare qualcosa assieme, è emerso il desiderio comune di realizzare il sequel di Milano Calibro 9. Abbiamo affrontato questa sfida con profondo rispetto verso l’originale e scegliendo di distaccarcene parzialmente. Siamo così partiti dal finale del film di Di Leo, ipotizzando le gesta di quel tipo di criminalità ai giorni nostri.

Infatti “Calibro 9” mostra un malaffare più “contemporaneo”, risultato di collusioni tra poteri forti e ‘Ndrangheta. Una criminalità che rispetto agli anni ’70 si è evoluta sotto tanti punti di vista. C’è anche una sottile denuncia di questo complesso sistema illegale?

Sicuramente, abbiamo raccontato infatti l’evoluzione del malaffare che, rispetto ai tempi del film originale, usa mezzi molto diversi per raggiungere gli stessi obiettivi. Un tempo la criminalità agiva entro confini circoscritti, e gestiva affari locali; oggi invece viaggia in etere e si annida nelle reti politiche e nei palazzi. Abbiamo scelto come antagonista del film la ’Ndrangheta calabrese perché da alcune ricerche fatte è risultata la più potente organizzazione criminale italiana e abbiamo deciso di raccontare questo tipo di nuova malavita che col caso di Duisburg ha fatto comprendere all’Europa e al mondo quanto la criminalità organizzata non sia solo un fenomeno esclusivamente locale o nazionale.

Il film è realizzato col supporto di Regione Calabria e Fondazione Calabria Film Commission e mostra una Calabria inedita…

Girare in quei luoghi è stata una scelta dettata dal fatto che la ‘Ndrangheta si nasconde nei piccoli paesi, in borghi situati al di là dell’Aspromonte difficili da raggiungere, dove boss e membri dell’organizzazione sono supportati dagli abitanti che avvisano i malavitosi dell’arrivo di nemici e forze dell’ordine facilitandone la fuga. Abbiamo girato a Catanzaro città, Catanzaro Lido e Stalettì, borgo sopra la città, sulla cima di una piccola montagna, ed è stata un’esperienza bellissima, perché gli abitanti ci hanno accolti con calore ed abbiamo ricevuto un buon supporto da tutte le professionalità locali. Giuseppe Citrigno, allora presidente della Film Commission, è stato molto vicino al progetto e durante le riprese non è mai mancata da parte sua una telefonata, un messaggio o un consiglio. Siamo stati quindi sostenuti da ogni punto di vista e mi piacerebbe molto tornare a girare in Calabria.

Negli ultimi anni il cinema italiano è tornato ai generi con grande successo, come ha dimostrato “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti. Secondo te questo tipo di film sarà ancora più valorizzato dopo la riapertura delle sale?

Credo di sì, ma dipende dai distributori e dal supporto della critica. In Italia il cinema di genere è sempre stato bistrattato e lo stesso Di Leo aveva subito delle stroncature, nonostante i suoi film fossero quelli che incassavano di più in tutto il mondo, dando un forte contributo all’economia del settore. Oltre a Jeeg Robot anche il filone di film e serie realizzate da Matteo Rovere, come Romulus, dimostra quanto i registi della nuova generazione siano più legati al genere rispetto a quelli del passato. Quindi le premesse ci sono.