Valerio Bispuri, il fotoreporter degli invisibili

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Valerio Bispuri è un fotoreporter professionista. Tra i più giovani fotoreporter che possiamo vantare, in tutti i sensi perché per i suoi reportage, ottiene riconoscimenti da ogni parte del globo. Bispuri varca sovente i confini, seguendo la sua necessità di dare voce agli invisibili, agli emarginati. Investe tempo ed energie a raccogliere storie, traccia profili antropologici più che articoli, si addentra nelle realtà pericolose, fisicamente e psicologicamente, per far conoscere al mondo spicchi di esistenze impensabili. Basti pensare al lavoro ultradecennale sulla condizioni di detenzioni nelle carceri dell’America Latina (Encerrados, sugli effetti che la droga Paco ha sui giovani sudamericani, sulle nuove Desaparecidas argentine. E ancora i Rom, le malattie mentali. Ma questi sono solo alcuni dei suoi molteplici reportage, per parlare delle sue esperienze sarebbero necessari fiumi di parole. Per il GiornaleOff, ho messo Valerio Bispuri nella condizione di essere lui, per una volta, fotografato. Con una sequenza di scatti-domande abbiamo invertito i ruoli esplorando qua e la l’uomo oltre che il professionista.

Bueenos Aires, Argentina, abril 2010, en la periferia de Lomas de Zamora un chico esta en un sillon afuera de su casa en una favelas.

Cosa vuol dire lavorare con gli invisibili?
Lavorare con gli invisibili non è stato improvviso. È un percorso che si è sviluppato nel tempo e nasce da una spinta che ho sempre avuto verso il mondo sotterraneo, umile, l’interesse verso le persone nascoste, in difficoltà. La fotografia è lo strumento che meglio mi fa raccontare le storie, quel tipo di realtà. Ero partito che volevo fare il giornalista, a 20 anni studiavo lettere e ho seguito anche scuole di giornalismo, ma ho capito che la scrittura non era la forma che mi rappresentava. In modo progressivo, sono partito da Roma con un lavoro sui campi rom. Ho cercato di conoscere e osservare. Ma soprattutto, ho cercato di capire il meccanismo della professione, mi sono fatto delle domande, mi sono chiesto ‘ma questa cosa mi interessa?’ La risposta è che mi interessa conoscere l’essere umano da un punto di vista antropologico e sociale. Non mi interessa raccontare solamente la realtà, essere quel tipo di fotoreporter. Le storie mi piace cercarle da me e trovarle in un mondo latente. Preferisco farla io la notizia.

Tra i tanti reportage, hai raccontato storie di vita in carcere, di prostituzione, di droga, hai immortalato spesso occhi senza speranza. Raccontami come umanamente approcci al lavoro
L’approccio è quello della conoscenza. Entro in contatto con le persone che mi possono aiutare, le rendo partecipi affinché il lavoro diventi non solo mio ma nostro. Cerco di far capire che senza la loro partecipazione io non posso conoscere ed è la conoscenza la chiave per raccontare la realtà.

Di fronte a tanta sofferenza, quali sono le reazioni istintive che hai dovuto tenere a bada?
Di base, un buon racconto deve bilanciare emozione e realtà, deve esserci equilibrio tra ciò che sentiamo e ciò che vediamo. Essere troppo emotivi vuol dire essere dentro di noi e non sul lavoro. Essere troppo distaccati vuol dire raccontare una realtà asettica. E’ difficile ogni volta perché la realtà cambia e naturalmente, anche noi cambiamo. Cerco di mettere le mie emozioni da parte e concentrarmi sul lavoro. Se ho un carico emotivo importante, me lo vivo in disparte, in solitudine.

Fino a qualche tempo fa, per il reportage dovevamo affidarci all’editoria classica (carta stampata, pubblicazione di libri). Con l’offerta che invece oggi ci dà la rete, cosa cambia nel lavoro del fotoreporter?
E’ cambiato tutto. Fino a una quindicina di anni fa, il nostro lavoro si limitava alla pubblicazione sul giornale. Oggi il lavoro si amplia e si aggiungono mostre, insegnamento, workshop, conferenze. Anche perché limitarlo alle sole pubblicazioni sarebbe poco remunerativo. È una realtà molteplice, io stesso insegno ed è tra l’altro un’attività che mi piace molto, seguo conferenze e tengo masterclass. Con la pandemia quest’anno, molto del lavoro si è svolto sul web ad esempio.

Che valore hanno per te i premi e riconoscimenti che ti attribuiscono?
Sicuramente fanno piacere, ma oltre al piacere ti permettono di portare in luce il tuo lavoro. Le persone ti considerano di più, ti fanno lavorare. Ad esempio, all’epoca il mio lavoro Encerrados stentava ad essere considerato perché ancora non c’erano attestazioni pubbliche. Ma sono dell’idea che se lavoro vale, alla fine emerge.

Ti dedichi anche all’insegnamento, su cosa basi lo scambio maestro/allievo?
Gli allievi mi danno moltissimo. Dal canto mio, cerco di non farli arrivare a una foto che sia solo estetica ma che possa raccontare, che abbia una sua profondità. Per questo ci vuole tempo, per arrivare al risultato, a un contenuto, è necessaria una preparazione. Bisogna soffermarsi , comprendere per poter raccontare.

Hai un figlio dodicenne, in un’età di passaggio, di curiosità e di scoperta. Come gli spieghi questo tempo sospeso?
E’ qui con me adesso e mi sta ascoltando (ride). E’ presto per fargli capire che cosa c’è dietro, è un po’ prematuro parlarne. Piano piano…

So che stai lavorando ad un progetto con i sordi. Come procede e quali sono gli altri lavori in corso?
Il lavoro con i sordi teoricamente è concluso, è durato cinque anni. Ma preferisco definirlo in pausa! Quello che sto portando avanti e il lavoro che definisco ‘della vita’: sono 3 anni che lavoro sulla malattia mentale, visitando case famiglia e manicomi. Inoltre, ho ripreso il lavoro sui Rom per raccontare come sono cambiati a livello etico.

La poetessa Mariangela Gualtieri, in una poesia ha declamato: ‘C’è splendore in ogni cosa/Io l’ho visto/Io ora lo vedo di più’. Alla luce delle tue esperienze, ti ci ritrovi?
I versi sono molto belli ma purtroppo no, non credo nello splendore in ogni cosa… scriverei c’è tragedia in ogni cosa! (sorride).

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La passione per l’Arte e la Comunicazione l’ha orientata inizialmente verso il Giornalismo, diventando critico teatrale, cinematografico e musicale. Successivamente ha ampliato la sua specializzazione nel linguaggio teatrale sotto la guida del Maestro Antonio Nobili come allieva ed assistente alla regia. Ha affrontato il palco in veste sia di attrice negli spettacoli ‘Il Canto di Danae’ (Regia di Serena De Simone), ‘Hamlet’, 'Casa di Bernarda Alba', ‘Nozze di Sangue’, 'Donna Rosita Nubile', 'La Calzolaia Prodigiosa', ‘Rocky Horror Picture Show’, ‘De Profundis’ (Regie di Antonio Nobili), ‘Personnages...in cerca d’autore (Regia di Cathy Marchand), ‘Piombo e Cocaina’ (Regia di Pietro De Silva), ‘Back At Freak Show’ (Regia di Tommaso Bernabeo), ‘Tutti al Macello’ (Regia di Antonio Cervigni), che regista di prosa, di musical (Lovecraft’s Tales, Ecabe, I Giganti della Montagna, Footloose, Musicology, RomeoFeatJuliet, Le Baccanti, Sogno di una notte di mezza estate, Musicology, Club 2.7, War e Mademoiselle C.) ed opera lirica (Il Flauto Magico e Bohème nel 2012, Attila, La Traviata e Don Giovanni nel 2013, Nozze di Figaro nel 2014). Dal 2010 è Vice Presidente e docente dell’Accademia di Recitazione ‘TeatroSenzaTempo’ di Roma. Attualmente è anche Caporedattore di Roma e del Centro Italia per la testata ‘Teatro.it’.