Mario Benedetti, il poeta “difficile”

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Che sollievo per lui essersene andato ai tempi del coronavirus. “Con la paura che ci ha assottigliati/ in un sorriso”. Senza gente intorno a farsi gli affari suoi.

I friulani sono così, selvatici. E lui, Mario Benedetti, veniva dal cuore più duro del Friuli, Nimis. Posti irraggiungibili. Un su e giù di colline sempre fradice di pioggia, gonfie di erba, cariche di viti che promettono il miele del ramandolo per piangere ubriachi sul bicchiere appena finito.

Gli amori, il successo; stanno almeno una provincia più in là. “Mondo non mondo, mio mondo/ nero”. Lì a Nimis c’è il Cornappo, dalle acque così limpide che le puoi bere, ma se ti avvicini troppo rischi di annegarci. Li trovi in un trafiletto sul Messaggero Veneto gli sfortunati a cui capita, i pochi friulani di cui si leggerà su un giornale. “E dire dei morti come se fossero/ ancora dei vivi, come è necessario/ sorridere quando si è in compagnia.” Gli altri sono chiusi in casa e alcuni, se potessero, andrebbero ancora più in là, dove non si senta neanche la presunzione della loro voce. “Ho freddo, ma come se non fossi io”.

Non è stata mai una poesia facile quella di Mario Benedetti. Non poteva esserlo. In Friuli non si crede a niente di troppo umano, neanche alla storia: “il dopoguerra, la nostra passeggiata”. Lui era scappato da Nimis ormai da più di quarant’anni, e infatti è morto a Cremona. Ma era già via dal ’76 del terremoto. Prima a Padova, dove si è laureato in Estetica con una tesi sul goriziano Carlo Michelstaedter, suicida a ventitré anni. “Morire e non c’è nulla vivere e non/ c’è nulla, mi toglie le parole”. Poi gli anni di insegnamento a Milano.

L’esordio come poeta nel 1989, che inaugura un andirivieni tra sconosciute e preziose case editrici della sua terra e le grandi raccolte pubblicate con Mondadori.

“Colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,/ i nostri visi nelle mani,/ il vento negli occhi chiusi per pensarlo”. Ma la sua poesia tutto vuole essere tranne che un esercizio del cervello. C’è solo quella goccia di miele che si raggruma sul fondo del bicchiere, e allora: “Pensieri. E comunque, stai bene? hai/ studiato? Come passano gli anni,/ vedi, come passano gli anni,/ e i tuoi sono ancora pochi.” Il tempo è una data sopra la pagina del giornale. Almeno chi muore non può più tradirti e il suo silenzio è sempre perdonato. “Era una che diventava una. Oh/ inverno.”

Gli endecasillabi e la preziosa allitterazione di cui sono piene le antologie delle scuole servono solo a dire lo scacco: “avremo sempre le parole in posa”. Uno cade nelle acque gelide del Cornappo; è un tonfo che rende per qualche minuto imbevibile quell’acqua che nessuno conosce. E le agenzie turistiche. E i primi letterari. E le presentazioni. “E io dico, accorgetevi, non abbiate/ solo vent’anni”.