Basta coi pessimisti: noi siamo poesia e la poesia è vita

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“Ho costruito impalcature. Le ho fatte, le ho disfatte. Le ho create ragionando, con l’istinto le ho distrutte. Qualcosa mi diceva di non farlo, di non abbatterle, ma io non ho ascoltato quella voce: ho solo agito, senza pensare. La ruota gira, il futuro è buio, ho paura di un presente fermo. Così vado avanti, azzardando. Non so dove andrò, ma vado. So che il cielo è immenso e che le stelle splendono: questo mi basta”. Così recita Stefano Duranti Poccetti, fondatore del quotidiano web Corriere dello Spettacolo, giornalista pubblicista e scrittore, in una delle sue prose liriche pubblicate nella sua ultima opera editoriale intitolata Mortali e immortali – Transeuropa / Nuova Poetica editore.

Ricche di intuizioni fresche e originali, riflessioni e quesiti di stampo filosofico ed esistenziale, le prose mettono sotto la lente di un sensitivo sguardo poetico l’esistenza – quella che sopravvive al suo possibile esaurirsi e quella che pare quasi una scintilla nella notte del tempo – e si dipanano con fluida armonia trovando sintesi e incisività proprio nella compassata compostezza che ne scaturisce, con efficacia e spiccata vocazione verso le terre dello spirito in un luogo di puro sterile materialismo.

Benedetto Croce affermava che “l’intuizione pura” – ossia scevra d’ogni elemento concettuale – plasma e dà forma alle sensazioni, le fissa in immagini senza pronunciarsi sulle loro verità o falsità, semplicemente le esprime. Così, allo stesso modo Duranti Poccetti ci pone dei quesiti, in modo poetico, ma si tratta pur sempre di domande. E come in un’altalena di sensazioni e di opinioni, ci lascia dei graffi sulla pelle. Sono dei pensieri sparsi sulla vita, sulle cose che contano o quelle apparentemente futili. Sembra quasi che nell’elaborare le sue impressioni, si liberi da esse. Oggettivandole, le distacca da sé sino a superarle. La funzione liberatrice e purificatrice del suo pensiero poetico, scaccia la passività insita negli animi pessimistici, poiché la sua “creazione spirituale” è intuizione riflessa del suo essere parte integrante della vita.

Le sue immagini interiori non esistono solo nell’anima che le crea o le ricrea conquistando la “parola interna”, esse si materializzano come in un disegno, in una scultura o in un motivo musicale.

La spiritualità dell’autore costituisce l’essenza dell’atto intuitivo ed espressivo dell’arte poetica, che nella sua purezza si distingue tanto dalle sensazioni da cui prende vita, quanto dai sentimenti di piacere che è capace di suscitare.

Le sue parole pesano come macigni tra silenzi, assenze e impotenza. Riflessioni che prendono vita in momenti di solitudine mostrandoci di conseguenza una realtà tangibile e terribile.

 Mortali e immortali, le poesie di Stefano Duranti Poccetti

Inoltre, Duranti Poccetti pone varie volte la domanda sull’importanza dei valori, come se sentisse puzza di bruciato intorno a sé, in una realtà ipocrita, valori imposti dalla società che fagocita tutti in un’idea di falso bene comune. Ci indica che in fondo l’idea di valore è del tutto estraniata e dunque alla fine si riduce a un’idea più semplice, legata al nostro corpo, unica cosa tangibile, finché c’è.

“A qualcuno il suo volto sfuggirà, ma non il suo corpo. E così sarà presa solo per metà, senza alcuna speranza”: così narra l’autore con disincantata visione del tempo che passa e delle tante occasioni perdute. Un tempo che perde la sua collocazione quando è passato. Ma in fondo il tempo si trova dentro di noi come affermava Sant’Agostino: “Senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente”. Il tempo come distensione dell’animo, come se fosse dentro di noi, che si dipana, si distende. Non un movimento materiale, come il moto degli astri e delle stelle dunque, tangibile ma dettato dal ricordo e dalle sensazioni, qualcosa che si muove dentro di noi, un moto interno della nostra anima.

Come Proust, Duranti Poccetti si risolve nelle sue opere, assorbito nella sua vita tramite pensieri poetici e riflessioni, dove l’uno si fonde con l’altro perdendo quasi quella materialità divenendo trascendenza. Non è solo una mano che scrive, che trova, che perde tempo o l’idea di esso mentre la vita passa. L’autore “diventa colui che parla e si dice io” superando i limiti temporali, come se ci fossero dei pezzi di vita vissuta che tornano indietro attraversando decenni, facendoli risorgere come passato puro. Salva il tempo con il laborioso ed intellettuale mezzo della scrittura, così da recuperare la memoria, salvando qualcosa che è scomparso. E lì non è il lavoro dello scrittore che cerca di tornare indietro nel passato, ma un passato che risorge tramite le tracce vissute. Noi siamo l’insieme di memoria e senza di esse cessiamo di esistere. Sarebbe come morire perché sono andati perduti tutti i ricordi. Invece recuperando delle tracce tattili, si risorge ogni qualvolta si ricorda e si passa in rassegna il tempo passato. Restando vivi per sempre.

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Adriana Soares è nata a Rio de Janeiro, vive a Roma dall’età di 11 anni, dove è cresciuta ed ha concluso gli studi linguistici. Artista eclettica che si esprime nelle diverse arti della fotografia, della pittura, della poesia e della scrittura. È permanentemente esposta presso musei con le sue opere che hanno girato il mondo in svariate mostre di successo. È pubblicista e scrive per la sezione cultura del quotidiano Il Giornale: Il Giornale Off. Cura alcune rubriche di Bon Ton su alcune testate. Rappresentata dalla prestigiosa agenzia fotografica “Art and Commerce/ Vogue” di New York. Dal 2017 pubblica le sue prime raccolte di poesie, storie, leggende brasiliane e racconti per bambini. Dal 2019, l'autrice inizia una nuova stagione narrativa con la pubblicazione di racconti per i più grandi. Dislessica per nascita non per scelta.