Van De Sfroos: “Guai a chi cancella i dialetti”

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il giornale off

il giornale off, emanuele beluffi Ha suonato ovunque: nelle miniere, nelle carceri, nelle piazze e nelle chiese, nei rotary e al Festival di Sanremo. Ha vinto due Premi Tenco ed è reduce dal successo del concerto a San Siro. Classe ’65, tre figli e orgogliosamente “laghèe“, cantore del Lago di Como, ma scordatevi Renzo Tramaglino e Lucia e i Promessi Sposi e scordatevi pure i turisti vip fighetti tipo George Clooney: Davide Van De Sfroos ha aperto ieri sera la quarta edizione del Manzoni Cultura, intervistato da Edoardo Sylos Labini sul palco e da Giovanni Terzi in platea (e da uno strepitoso Umberto Smaila) e ci ha svelato un lato, umano e artistico, che forse non aveva ancora visto nessuno dei tanti, tantissimi fans entrati nel “salotto” di Milano per sentirlo, ascoltarlo e…guardarlo: guardare il lato umano di un artista fuori dal coro. Se una volta si lavavano i panni il Arno, ieri sera si son “sporcati” i panni in Lario: un Davide Van De Sfroos come non l’avete mai…ascoltato.

Nomen omen. Davide Enrico Bernasconi, monzese nato l’11 maggio 1965: un figlio degli anni Sessanta. “La sua banda non suonava il rock” e all’inizio i cavalieri potevano chiamarsi “Frontiera”, o “Niente da dichiarare”, riferimenti all’attività illegale, arcaica e affascinate dello “spallone”, del contrabbandiere, di chi “va di frodo”. Galeotta la frequentazione di un amico barbiere, che diede il la per il nome: il contrabbando, attività nobile talvolta e talaltra meno, permeata di eventi anche topici, anche tragici, contrabbando non sempre di merci e cose ma anche di corpi e persone da salvare (gli ebrei). Per farla breve: fra “Frontiera” e “Niente da dichiarare” ebbe la ameglio la suggestione vagamente fiamminga, tipica della musicalità dialettale “laghèe“: Van De Sfroos, “vanno di frodo”. Attitudine guascona? Un po’, ma anche no.

Punk e post punk. Inutile scappare, se sei adolescente nella seconda metà dei Settanta e ami la musica, di riffa o d raffa finisci a suonare in una band punk o post punk e dintorni, magari anche solo per cinque minuti: il punk italiano del Van De Sfroos in via di apparizione è un punk suonato coi rottami del beat italiano, Sid Vicious non sapeva suonare e quei quattro sciamannati diciassettenni pure. Era il punk bellezza e tu non potevi farci niente. Suonavano in stile “garage”, cioè in garage o in cantina o magari chissà pure in cucina e ci riuscivano benissimo (“bene” in senso punk, intendiamoci).

Lascia parlare la musica. Pensavate che ascoltasse solo musica country (ci sarà sicuramente anche quella), ma vi stupirà scoprire che Davide Van De Sfroos, proprio lui, ascolta (anche) musica elettronica (e comunque no, non i francesi Air, fighetti anche loro come George Clooney). Destinale, inevitabile: se sei un figlio dei Sixties e dei Seventies, beh allora ti porti appresso i suoni di QUEL mondo, che vinee inevitabilmente ad essere anche il TUO mondo. Pink Floyd, Jean Michel Jarre, Genesis, Tangerine Dream. Se vuoi fargli un regalo gradito, portagli un disco (vinile!) progressive: quality old time.

Si va sulla luna. Anche Davide Van De Sfroos, come il miglior whisky, ha il suo marchio: la luna. Il disco argentato lassù ricorre sovente nelle sue composizioni. Ne sente l’odore e se ascolti bene lo senti anche tu. E’ poesia, ma scordatevi le creazioni liriche e lisergiche del dio Lucertola (Jim Morrison, The Doors): musica e poesia, paole e musica, sono due elementi imprescindibili nell’universo creativo di Van De Sfroos, amante delle poesie di Garcia Lorca (indovinate che libro tiene sul comodino). Van De Sfroos, il “frontman”, il chitarrista, il cantante, lo scrittore, il poeta: lui, che è sempre stato un po’ sulle sue, fin da piccolo, un po’ ombroso, uno che prefericìva non esporsi troppo.

Una storia mai raccontata. Ce ne ha raccontata una, ma non è questa la narrazione ineffabile che vi abbiamo anticipato nel titoletto qui sopra. C’era il Pietro Vassena, che un giorno negli anni Sessanta volle fare il palombaro nel fondo del lago. Progettò con una matita e un bloch notes una specie di “capsula” e poi la costruì: vi entrò e portò con sè il figlioletto, scesero negli abissi del lago, bui, limacciosi, fangosi, fino a una profondità di 400 metri. Il lago è il sublime kantiano: uno splendore che ti atterrisce. Col lago non si scherza, ma la paura ti fa stare in equilibrio. Il lago è bello perché estremamente pericoloso. E quando i due “esploratori” dell’ignoto lacustre riemerseo dalla perlustrazione degi fondali, il bimbo disse sconvolto: è nero, è tutto nero. Là sotto, tutto è nero. Laghée. Marchio registrato.
La storia mai raccontata è la storia più importante ed è quella che sta sul fondo. E’ il colpo che devi tenere per te, per quando dirai: “Io sono stato questo e questo”. Bene e male. Angelo e demone.
Lui, Davide Van De Sfroos, è un dado che sta ancora vorticando, quale sarà il nuemero finale?

Arriva prima la canzone o il cantante? Qui entriamo nell’universo della “possessione”, degli spiriti, del “geist”, ma attenzione: nulla di macabro (spiace per gli amanti del genere), ma è “qualcosa” che va decodificato. Le canzoni ti possiedono e questo è un mistero ineffabile. La canzone è una luce che va “accontentata”: la devi portare su carta, prima, e al pubblico poi. Questa luce, LA canzone, appare: è un fantasma, ma è un “amico”, sei tu, è il fondo, del lago e dell’inconscio: linguaggi da decodificare. E quindi, chi arriva prima, la canzone o il cantante?

Identità e cultura. Il dialetto non è uno slang, tantomeno uno slang di “minore” importanza. Il dialetto è di fondamantale importanza, perché noi viviamo in quella lingua. E’ un “esserci” d’ordine antropologico, non si elimina un’identità: cancellare i dialetti sarebbe come voler piallare gli Appennini o raddrizzare la Torre di Pisa.

Che succede se un romano incontra un laghèe? Davide Van De Sfroos, alla chitarra, che canta una ninna nanna di Trilussa: e non ce n’è per nessuno.

Dove non sono mai stato. Carceri, stadi, piazze e chiese, Nord e Sud, Van De Sfroos è seguitissimo ovunque, la nebbia in Val Padana e il sole del Mezzogiorno denotano solo punti geografici; eppure, eppure, un posto in cui lui non è mi stato (e in cui vorrebbe fortemente suonare) c’è: il Molise. Il Molise c’è.

Scrivere canzoni è…scrivere. Per uno che ha avuto sempre la malattia dello scrivere, per uno che, prima di cantare, scriveva, quelle che poi sarebbero diventate celeberrime ballate che sciabordano come le onde del lago (qualunque riferimento alla canzone “Akuaduulza” è puramente voluto), il passaggio da sperimentazione lirica a lavoro è stato pressoché naturale. Un lavoro che prosegue con i libri, non solo letti, ma anche scritti: “Le parole sognate dai pesci“, “Il mio nome è Herbert Fanucci” e infine l’approdo editoriale con La nave di Teseo.

E a proposito di saper scrivere. “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno” (cit.). Come continuerebbe Davide Van De Sfroos questi versi? “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno non è il mio ramo, ma fa parte dello stesso albero d’acqua e perde le sue foglie sotto forma di barche, andando di qua e di là“. Silenzio, parla Davide Van De Sfroos.

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