Nelle sculture di Rizzuti il mistero dell’Uomo, “macchina spirituale”

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261-Grande-madre-Mentre le sue pecore pascolavano tra le campagne di Caltabellotta, piccolo comune in provincia di Agrigento, Salvatore Rizzuti trascorreva il suo tempo scavando figure e volti umani nelle pietre e nella radica d’olivo. Un talento naturale il suo, fin da bambino, anche se ha dovuto abbandonare gli studi dai nove anni fino al compimento della maggiore età.

Crescendo, in Salvatore si fa strada un desiderio di conoscenza, di arte, di bellezza e, pur continuando ad aiutare la famiglia, riprende gli studi e recupera la licenza elementare e media, per poi proseguire con il Liceo Artistico e, conseguita la maturità, continuare gli studi all’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Dal ’76 all”80  l’artista siciliano l’intensa attività lo porta a esporre la sua prima personale di rilievo alla Galleria “La Tavolozza” di Palermo, presentata da Bruno Caruso e Leonardo Sciascia. Nel dicembre del 1980 diventa titolare della Cattedra di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, che detiene a tutt’oggi.

Salvatore Rizzuti è uno scultore figurativo con uno stile personale in cui la figura, di grande  pathos, reca nel suo intimo significati metafisici: una scultura fluida e allo stesso tempo tagliente, tenebrosa, quasi a voler celare l’anima sognatrice dell’artista.

Le sue opere sono caratterizzate da una fisicità sconvolgente: questi corpi scolpiti sono già dentro la materia, come nel “Canto delle sirene”, in cui il legame tra realtà e illusione, intesa come perdizione e morte, è molto stretto.

«Mi sono sempre ispirato alla natura, al mito, all’Umanesimo rinascimentale, dunque alla cultura classica. Penso che il Rinascimento rimanga il periodo aureo di tutta la cultura occidentale», dichiara l’artista.

Dalla notte dei tempi l’uomo ha raffigurato la realtà, interpretandola secondo diverse dimensioni più o meno percepibili al pubblico. Nello scultore siciliano la realtà è nell’uomo e l’uomo al centro dell’Universo:

«Penso che la figurazione non debba essere intesa come semplice interpretazione stilistica, bensì come espressione dell’UOMO, macchina straordinaria e complessa, che, in quanto tale, non può che attingere da se stessa il proprio mistero spirituale e materiale».

Nella plasticità delle opere di Rizzuti  traspare tutto il candore di un uomo dell’Arte cresciuto in solitudine, lontano da mode e sperimentalismi; abituato ad ascoltare il silenzio dell’anima, egli lo ha modellato  dandoci la possibilità  di goderne a pieno. Salvatore  è uno spirito gentile, lontano dal cliché dell’artista megalomane, profondamente legato alla sua terra e al simbolismo del Mito.

Nell’arco di un trentennio ha realizzato diverse opere pubbliche di carattere laico e religioso. Nel 2014 ha donato trentatré opere al Museo di Caltabellotta, piano nobile del Palazzo della Signoria, una pregevole collezione che si compone di sculture realizzate in legno, in gesso e in terracotta, bassorilievi e disegni, ma anche cataloghi ed articoli che segnano i punti fondamentali del lungo percorso artistico dello scultore:«Tutti i luoghi della terra sono legati a simboli e miti. Il mito unisce, poiché è dappertutto, pur nei suoi aspetti più crudi, mentre  le religioni dividono come possiamo vedere dagli eventi storici di tutti i tempi. Il  mito rappresenta l’esperienza umana, la memoria storica di ogni cellula dell’essere umano, un bagaglio imprescindibile che fa parte dell’esperienza  umana e alimenta la stessa esistenza. Quando ero ragazzo, nel mio girovagare tra le campagne e le vestigia antiche di Selinunte, sentivo aleggiare i Miti dell’antica Grecia con le gesta degli eroi e delle sue divinità. Credo fermamente che sia nata proprio così la mia passione per la classicità e per la mitologia, contestualizzata nella realtà postmoderna».

Tra le opere custodite è possibile ammirare la “Porta dell’inconscio” in terracotta e,   di forte impatto emotivo il gruppo scultoreo in legno di frassino “Vespro siciliano”. Nel 1982 fu commissionata all’artista un’opera che commemorasse i Vespri siciliani, Salvatore Rizzuti decise di rappresentare la violenza subita dai siciliani da parte dell’invasore Carlo d’Angiò, senza tacere il ruolo del papa Clemente IV, regista dell’operazione, già ideata dal suo predecessore Urbano IV, nell’opera la  Sicilia è la donna al centro del gruppo, violentata da Carlo mentre il papa la tiene bloccata incatenandole i polsi.

Nel 2016 realizza la “Grande Madre”, figura possente e misteriosa che accoglie lo spettatore presso il suggestivo spazio del Teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina (Agrigento): il volto coperto da un drappo annulla l’identità della donna per rivestirla di quella  funzione archetipica del simbolo femminile inteso come Madre Terra continua  e ciclica rinascita cosmica. La forma morbida e tondeggiante evoca la maternità eppure la femminilità scolpita è impenetrabile: le braccia intente a chiudersi in un anello ideale eppure naturalissimo nelle mani intrecciate esprimendo così lo  scorrere del tempo  e l’eterno oscillare tra la vita e la morte. La Grande Madre di Rizzuti va intesa come esempio plastico di una femminilità mitica che si fa Simbolo della Natura e del Cosmo.