Meglio paesani che multiculturali

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nutellUn’ enorme riserva di significati, concretezza, varietà e, ultimo ma non ultimo, profondità storica. Sono le culture regionali italiane. Misconosciute per secoli, ridotte al rango di sagra della pajata e macchietta scoreggiona, sono invece la vera vis abdita, la forza nascosta, dell’Italianità. Voghera, lode alla casalinga, è necessaria ad Arbasino non meno dei seminari con Kissinger. La Sicilia serve a Sciascia quanto l’illuminismo francese. La Puglia è necessaria a Carmelo Bene quanto, sommo per sommo, l’esser fiorentino è coessenziale all’Alighieri.

Dio “ci parlerà in dialetto”, secondo il grandissimo e misconosciuto scrittore Giuseppe Marotta da Napoli. E non solo Dio ma anche le etichette della Nutella. Bella e recentissima iniziativa: stampare sui vasetti frasi dialettali, da “anvedi” a “alùra”.  E anche la musica. L’italiano pieno di parole piane è magnifico per le arie d’opera e i ritornelli di Sanremo, quando servono flow e tronche, come per esempio nel rap, ci vuole il dialetto. 

Ma abbiamo voluto dedicare la pagina Off cartacea di questa settimana, con gli articoli di Davide Brullo, Angelo Crespi e di Simonetta Sciandivasci, alla cultura regionale e dialettale, perché questa è, anche, un fantastico veicolo di integrazione: gli studiosi di dialettologia confermano che gli immigrati quasi sempre imparano prima il dialetto del luogo in cui si trovano che l’Italiano.
Altro che la sciocchezza dello ius soli (non si diventa cittadini per nascita ma per cultura), ma soprattutto altro che multiculturalismo, l’atteggiamento istituzionale che deprime simboli, storia, e patrimoni dei paesi che ospitano mentre regala campo libero (e soldi pubblici) a esotismi, a volte non del tutto inoffensivi.
Si impara a diventare italiani del futuro dal “qui e ora” del paesino dove si arriva. E il contrario è una precisamente quella sorta di bovarsimo cognitivo, quella sagra dell’indifferenziato, che dell’identità di un territorio esprime solo una cosa: l’infelicità. 

 

 

3 Commenti

  1. Una testimonianza diretta in fatto di immigrati: Bergamo, anno 2006 (l’ultimo mio lavorativo presso la concessionaria , ero addetto alle vendite) entra in salone un ragazzo di colore, lo saluto, guarda le auto nuove, si sofferma davanti ad una utilitaria che penso faceva al caso suo e guardandomi esclama:
    sa la ‘e fò finida cala machina che, in perfetta lingua bergamasca, traduco: quanto viene a costare compreso tutto questa automobile? Mi si è aperto il cuore dalla contentezza Sig. Giurato è una conferma a quanto testimonia nel suo articolo. Vederli poi giocare a carte nei caffè con carte bergamasche. Saluti Brianzoli.

  2. Non visitavo il paese natale come avrei desiderato ,solo sporadicamente per visitare mio fratello che si è trasferito da un decennio.E’ difficile arrivarci in quanto non è raggiungibile con i mezzi pubblici Geograficamente isolato e anche anche tecnologicamente per non avere una connessione internet pubblica efficiente.Una mia amica mi invitava a frequentare la comunità con più’ frequenza :ribadivo che il popolo tradisce i concittadini che ,suo malgrado,hanno dovuto emigrare.”Le pietre non tradiscono ” mi disse.Ebbene hanno cambiato anche le pietre,senza rispettare gli scoli d’acqua piovana e l’assenza delle cunette con relativi scarichi .Per avere un poco di rispetto bisogna appartenere alla casta e sopratutto parlare in DIALETTO ! Dopo 60 anni di relativa assenza.Un poco di comprensione non guasta e la gentilezza non costa nulla e ci rende felici.

  3. Io penso che se continuiamo di dire “CU FUTT FUTT E DDIU PIRDONA A TUTT” E “DUI PUVRUN BAGNA’ ‘NT L’OLI” continueremo a non capirci e, quindi, ad essere divisi, a continuare ad essere una nazione e tre velocità: economica, sociale e culturale. Se tutti impariamo a dire “va ffa ‘nculo” forse riusciamo a creare una dividente unificante: a capirci, insomma. Poi uno è torinesese nasce a Torino ed è Palermitano se nasce a Palermo e questo nessuno può smentirlo. Il più grande errore della Costituzione Italiana è stato quello di creare le Regioni. Sono divisive e dispendiose, inutili e costose. Tanto valeva restare al Regno di Sardegna, al Lombardo-Veneto, al Granducato di Toscana ed al Regno delle due Sicilie, ecc. In Puglia, per esempio si parlano almeno cinque lingue diverse e ed alcune incomprensibili agli altri. Dunque la domanda è: la cultura deve dividere o unificare, al di la di quello che pansano i pubblicitari della Nutella. Insomma se dobbiamo essere Nazione dobbiamo avere una lingua nazionale, comune e comprensibile per tutti e qesto non esclude i dialetti che anzi devono continuare esserci e si devono continuare a parlare, per quanto noto che il mio dialetto non è più quello di mio nonno. Tuttavia se siamo italiani abbiamo bisogno di parlare Italiano ergo di impararlo, questo non impedirà certo a nessuno di dire: “CU FUTTU FUTTI E DDIU PIRDONA A TUTTI” E “DUI PUVRUN BAGNA’ ‘NT L’OLI”.

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