Il Disco in forma di rosa del deserto la dice lunga sul significato, sulla chiave necessaria ad aprire le sue opere. C’è, come annota Luciano Caprile4, un esplicito riferimento alla natura, alle formazioni minerali che si compongono con grande lentezza nelle zone desertiche. Quindi Pomodoro chiama in causa un tempo dilatato, lungo, necessario a un’aggregazione non prevedibile. Questa forma floreale che fuoriesce da una sorta di corteccia fa pensare però anche alla gemma che fiorisce, piccolo miracolo sempre uguale a se stesso. Guardandola mi sono venuti in mente i versi di Mariangela Gualtieri: «Un frutto è sempre un bacio dentro l’altare del seme / e giugno ride e ride. / Più di febbraio e maggio si fa sostanza. Per questo il ramo ha dormito»5.
Il tempo della fioritura è dunque diverso da quello che abbiamo individuato prima riferendoci ai minerali: danza al ritmo delle stagioni. Ma se si evocasse soltanto l’esplosione di una primavera in fiore non si coglierebbe fino in fondo il senso di questa scultura così enigmatica, pur nella certezza dei suoi tratti. La deflagrazione per Pomodoro è collegata alla modernità, alla tecnologia. La nostra Rosa del deserto ha l’odore di un macchinario perfetto, chiamato a svolgere un compito ben preciso che è quello di creare disfacendo, di rendere visibile e di tenere insieme, facendoli combaciare e convivere «Il tempo di piantare / e il tempo di spiantare… Il tempo di demolire / e il tempo di costruire»6. E questo collegamento sotterraneo tra natura e artificio, Pomodoro lo sa gestire con la sapienza dell’alchimista e del mago.
Guardate, ad esempio, Rive dei mari. Gli elementi sono posti a terra, come fossero spiaggiati: gigantesche conchiglie, o meglio, ossi di seppia il cui volume si è moltiplicato7. Ma se li posizioni verticalmente eccoli trasformarsi in Scudi, armature di difesa, testimoni di un legame con il corpo che sono chiamati a proteggere. E, infatti, quest’opera deriva direttamente dai costumi per il coro che Pomodoro ha creato per Alceste di Gluck, di cui ha realizzato anche le scenografie8. Così come sembra un fratello in bronzo delle vesti dello stesso spettacolo, lo Scudo del 1987, esposto a Castel del Monte con quelle linee spezzate e acuminate e il triangolo di luce che ha soltanto cambiato un po’ la posizione rispetto a uno degli studi per gli abiti di scena.
E qui veniamo all’affascinante capitolo del teatro scolpito9. Il senso di Pomodoro per lo spazio ha trovato infatti un luogo ideale di espressione anche sul palcoscenico. La mostra nei castelli di Puglia non poteva tralasciare questo lato così importante del suo lavoro che lo ha impegnato per più di quaranta anni. Ed è questa la ragione per cui abbiamo voluto che ci fosse, non solo la presenza fisica e possente di Rive dei mari, ma anche una proiezione, all’interno del castello di Trani, in modo da permettere al visitatore di provare l’emozione di assistere agli spettacoli che hanno visto protagoniste le sue stupefacenti scenografie, i suoi costumi-statue. D’altra parte tutto muta nell’universo di Pomodoro. E quindi era nel destino, nel DNA della sua scultura, trovarsi a proprio agio sulla scena. I movimenti imposti dall’artista alle sue forme sono un modo per aumentarne l’impatto: quello spaziale, certo, ma anche la componente emotiva.
Non è un caso che Pomodoro dichiari tra le sue passioni quella per Jean Dubuffet, per le sue distese di materia pulsante che sono il frutto di una riflessione esistenziale. E che ami tanto Søren Kierkegaard in quel fattore K, sempre citato, dove un angolo è occupato dal filosofo danese e gli altri due da uno scrittore, Franz Kafka, e da un pittore come Paul Klee. Questa sua triade ideale l’ha sintetizzata in un’opera, Lettera a K del 1965, occupata in basso a sinistra da una mano che sembra aver appena terminato di scrivere, tessere, modellare quello stupefacente mondo di segni, fitti e spigolosi, interrotti qua e là da elementi geometrici messi però, proprio kleeianamente, in movimento dalla luce.
Ma Klee lo ritrovi ancora di fronte al fermentare costante di segni che paiono attratti come da una calamita sulle sue stele tra le colonne, le piramidi, gli obelischi. E gli Scettri che qui, nel
Castello di Bari, troneggiano come emblemi di un potere che arriva da lontano, ma anche come alberi di una foresta, o antichi guerrieri schierati. L’artista svizzero si riaffaccia, come un’eco lontana, nell’idea stessa del muro, della porta che, per Pomodoro, non hanno bisogno di essere varcati, perché il loro dentro è là fuori.
E Kafka lo hai sempre a fianco mentre partecipi alla trasformazione continua di queste tessere dimondo, alle loro epiche metamorfosi. E in questo costante mutamento la cosa straordinaria è che tutte le volte che lo vedi, Pomodoro lo riconosci immediatamente. Come se ti avesse insegnato una lingua che tu ormai sai cogliere tra i diversi idiomi, di cui, però, ti rivela ad ogni incontro nuove possibilità espressive.
È bene ricordare che, all’inizio, Pomodoro è folgorato da Brancusi11, ma sente la necessità di complicarne le forme, di inserire in quella sua primitiva scoperta elementi che crescono, vibrano, palpitano. Lo scultore italiano scava, disorienta e ti tiene inchiodato ai suoi spartiti di segni agitati, di linee spezzate e interrotte, esortandoti a una vera avventura dello sguardo. Interroga la materia. E quella gli risponde.
Mette in moto una vera e propria caccia all’ignoto, intrappolando nel metallo un disordine vitale sempre pronto a ripartire per un nuovo, acrobatico cammino sulle vertigini della forma.
Tutto il lavoro di Pomodoro è basato sull’interferenza, la collisione tra un elemento e il suo contrario, sulla convivenza di opposti chiamati a ricostituire una nuova armonia. Ed è impossibile non pensare alla genesi del cosmo perché ogni cosa sembra avere origine da un’esplosione. Ne viene fuori un universo in divenire tra quiete e caos, tra arcaico, scienza e fantascienza, Oriente e Occidente, terra e cielo, scrittura cuneiforme e pioneristica tecnologia, oscurità e lucentezza, interno e superficie, regola e istinto, dono e ferita.
Di fronte a questa fioritura di elementi da cui, grazie all’intervento dello scultore, alla sua scrittura agitata in un racconto sincopato e complesso, risale una forza incandescente, ritorna ancora una volta in causa il tempo. Perché nell’ergersi di volumi tra la pianta ottagonale di Castel del Monte, saltano le regole della cronologia. Il passato e i primi vagiti di un mondo che verrà, frutto di una trasformazione ininterrotta, si sono dati appuntamento qui. Pomodoro sa, proprio come Eduardo Chillida al quale ha dedicato una Soglia nel 2003, che «il presente come il passato sono ricordi del futuro»12.
a cura di Lea Mattarella
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1 G. C. Argan, I. Mussa, Arnaldo Pomodoro al Forte Belvedere, De Luca, Roma, 1986.
2 Sul sito www.arnaldopomodoro.it c’è una sezione che si chiama Opere nel mondo. Vi invito a visitarla per capire l’impatto delle opere dell’artista nei diversi continenti.
3 F. Leonetti, A conversation, in Sculptures by Arnaldo Pomodoro, Mazzotta, Milano, 1974, p. 57.
4 L. Caprile, Arnaldo Pomodoro: viaggio nel labirinto dell’esistenza, in Arnaldo Pomodoro. Opere 1960-2005, catalogo della mostra a cura di S. Parmiggiani, Palazzo Magnani, Reggio Emilia, Palazzo dei Principi, Correggio (24 giugno-8 ottobre 2006), Skira, Milano, p. 44.
5 M. Gualtieri, Senza polvere né peso, Einaudi, Torino, 2006, p. 8.
6 Qohélet o L’Ecclesiaste, a cura di G. Ceronetti, Einaudi, Torino, 1980, p. 12.
7 C’è uno stretto legame tra queste forme di Pomodoro e la poesia. Dal 1954 l’artista esegue alcuni argenti fusi su osso di seppia dedicati al poeta E. Pound. Inoltre, come ha dichiarato in occasione della messa in scena di Alceste, nella scelta dell’impronta dell’osso di seppia come tratto dominante c’è «anche un mio omaggio a Montale e alla Liguria», in Arnaldo Pomodoro. Il teatro scolpito a cura di A. Calbi, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 162.
8 Lo spettacolo ha debuttato il 26 febbraio 1987 al Teatro Margherita di Genova, con la regia di V. Pucher.
9 Il Teatro scolpito è il titolo del recente e corposo volume che indaga il contributo dell’artista alla scena curato da A. Calbi. Cfr. nota 7.
10 Cfr. S. Parmiggiani, Nel cuore della materia. Una conversazione con Arnaldo Pomodoro, in Arnaldo Pomodoro. Opere 1960-2005, cit., p. 31.
11 «Le sculture di Brancusi – ha raccontato Pomodoro – la prima volta le ho viste attraverso un finestrino dove riesco a salire. Ed è il finestrino del suo studio a Parigi, mi sembra il ’57, un anno dopo la sua morte, però attraverso questo finestrino vedo tutto più o meno coperto con lenzuola bianche a eccezione di pochi elementi che sono appunto la Colonna senza fine e altre pochissime cose», in L’arte lunga, una conversazione tra Francesco Leonetti e Arnaldo Pomodoro, Feltrinelli, Milano 1992, p. 68.
12 E. Chillida, Lo spazio e il limite, Christian Marinotti Editore, Milano, 2010, p. 31.












