Neve e nebbia nella Dublino di Joyce

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“The Dubliners –The dead”: anime perdute

di Isabella Cesarini

Il teatro di Giancarlo Sepe sembra aver proposto una nuova identità per il concetto di rappresentazione. Il suo pubblico appare l’oggetto/soggetto consapevolmente felice di un incantesimo che il regista sembra ripetere a ogni spettacolo: far dimenticare allo spettatore di essere tale. Andare ancora oltre: vivere insieme ai personaggi. Partecipare alle manifestazioni delle creature del “Daedalus” è il ruolo di un presunto spettatore che vive con la rappresentazione. Come il protagonista di “Sogni” di Akira Kurosawa fluisce in un quadro di Van Gogh, così il pubblico, in un batter di nebbia e neve, si ritrova nella Dublino di Joyce.

Al 57° Festival dei due Mondi di Spoleto il regista, con “The Dubliners –The dead”, ha incantato, sconvolto e affascinato con la maestria di chi il teatro lo conosce ma soprattutto lo ama. All’interno della Basilica di San Salvatore sopra il cimitero monumentale di Spoleto, gli attori hanno dato vita alla nebbiosa Dublino di Joyce con canti a cappella, danze tradizionali e parole suggellate in volti intensi.

Qui le anime morte dei vivi incontrano le anime vive dei morti. La morte grida e offre la propria forza su una vita immobile, paralizzata, avvinghiata su se stessa. I vivi sono ombre proiettate sulle pareti della Basilica. La morte è reale e corporea: i morti sono vivi, i vivi sono morti. In questo modo i netti confini tra reale e onirico divengono sempre più sfumati sino ad essere indistinguibili. Si discende in una zona tarkovskiana pulsante di poesia dove il flusso di coscienza dei dublinesi prima, e dello spettatore poi, si confonde sino a divenire un’unica entità: The Dead.

C’è una navata centrale abitata da un enorme tavolo che festeggia il trionfo floreale: un tappeto di girasoli e gerbere partecipa alle danze irlandesi. Con i movimenti che seguono il lento dirompersi dei cristalli di ghiaccio della nebbia, gli attori giungeranno, dopo essere andati oltre le sagome cartonate, alle tipiche danze tradizionali. Anche l’amore domanda un suo spazio, ma trova risposta nella memoria: solo nella reviviscenza prende realmente vita. La vita sembra essere qualcosa che si snoda al di là della vita stessa.

Nell’”Amletò”, il regista ci aveva sorpresi con un uso sapiente del grammelot. Alle genti di Dublino lascia il proprio patrimonio linguistico, comprensibile grazie alla musica, all’espressività dei volti e ai loro gesti, anche per il più maccheronico degli spettatori. Sepe è il regista che festeggia il teatro per mezzo di tutte le altre arti. In Amletò c’era il velo lasciato dai fotogrammi di Marcel Carnè.

In questa Dublino sfocata dalla nebbia,  aleggiano le atmosfere Tarkovskiane che si confondono con l’onirico Felliniano, ma la firma inconfondibile è Giancarlo Sepe, che con il suo personalissimo stile e la bravura di attori oltre la recitazione , celebra l’incanto del teatro.

 

15.07.2014