Le “anime in scatola” di Maddalena Rossetti

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Anime in scatola Maddalena Rossetti: la recensione della mostra a Milano

Nelle scatole di legno di “Anime in scatola” l’artista milanese sigilla il respiro più fragile e autentico dell’essere umano

C’è qualcosa di profondamente commovente e insieme inquietante nell’entrare nella chiesa sconsacrata di San Vittore e Quaranta Martiri e trovarsi di fronte a cento scatole di legno allineate come piccole bare bianche o, al contrario, come reliquiari laici. È la personale di Maddalena Rossetti, Anime in scatola, curata nel testo critico da Vera Agosti.

Rossetti, dopo anni di pittura materica densa e stratificata, ha compiuto a partire dal 2009 una svolta radicale e necessaria. Ha smesso di dipingere su tela per cominciare a catturare anime. Non metaforicamente: letteralmente. Ha iniziato a raccogliere carte dimenticate – liste della spesa, lettere dei primi del Novecento, foglietti scarabocchiati, formule chimiche, disegni infantili – e su questi frammenti di vita altrui ha lavorato con furia e tenerezza insieme, usando ogni mezzo possibile: matita, pennarello, olio, acrilico, smalto. Poi ha fotografato il risultato e ha sigillato quell’anima catturata dentro scatole di legno fatte a mano.

Ogni scatola è un corpo. Ma anche una prigione. E, paradossalmente, un luogo di protezione. Il gesto è potente proprio perché è contraddittorio: l’artista costruisce una gabbia per custodire ciò che di più intimo e volatile esiste nell’uomo. In questo senso il lavoro di Rossetti tocca una corda esistenzialista profonda, che Vera Agosti ha giustamente sottolineato nel suo testo: filosofia, psicologia, arte terapia e poesia si tengono per mano.

Il titolo della serie principale, Il difficile mestiere di stare insieme, è un omaggio evidente e sofferto al Mestiere di vivere di Cesare Pavese. E come in Pavese, anche qui il dramma sta nella relazione: tra le anime, tra i corpi, tra l’io e il mondo. Alcune scatole possono essere assemblate in installazioni, altre restano solitarie. Alcune sono immense, altre minuscole. Alcune si aprono, altre restano chiuse. Esattamente come le persone.

C’è poi il secondo ciclo, Il difficile mestiere di lasciare andare, forse ancora più struggente. Perché da una scatola possono nascere frammenti, pezzi ridotti, come se l’anima stessa potesse essere smembrata o, al contrario, moltiplicata. È il dolore della separazione, della perdita, della necessità di lasciar andare ciò che abbiamo tentato disperatamente di contenere.

Maddalena Rossetti non espone opere: espone vite. Vite rubate, vite regalate, vite nascoste. E lo fa con una delicatezza feroce, tipica di chi ha capito che l’arte, oggi, può ancora permettersi di parlare di essenza senza cadere nel patetico o nel concettuale fine a se stesso.

Il risultato è una mostra silenziosa ma potentissima, che resta addosso. Perché quelle scatole, in fondo, ci assomigliano terribilmente.

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