Patrizia Leonino, dove la pittura prende vita tra sogno e cosmo

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Sole rosso png

Patrizia Leonino, classe 1988, nata ad agosto in provincia di Messina, è una leonessa sognatrice dalla pittura organicista, vitale e brulicante, in bilico tra composizione unitaria e tensione scientifica. Dal segno deflagrante alla ricerca del divenire del mondo, dall’oscurità verso la luce, la sua arte è mistica, taoista, visionaria, concentrica, cosmogonica, alchemica e poetica. L’abbiamo incontrata nel suo atelier a Palermo, dove vive e lavora da anni.

Potresti essere una streghetta: chi sei ?

Chi sono?… La prima cosa che mi viene in mente è una sognatrice in esplorazione, che trascorso la mia infanzia e adolescenza a Capo d’Orlando, in provincia di Messina,  un paesino che si affaccia sul mare, dove ho frequentato l’Istituto d’arte Michelangelo. Adesso vivo e lavoro a Palermo dopo aver conseguito il diploma accademico di primo e secondo livello in pittura e condivido insieme a dei colleghi uno spazio pittorico.

Hai scelto di vivere e lavorare a Palermo, per te questa città è una costrizione e costruzione?

Palermo è una città che si autodistrugge e rigenera attraverso frammenti di bellezza. Immersa in architetture maestose, dove una luce dorata ti accarezza la pelle, allo stesso tempo è sommersa dall’inquinamento, da una spazzatura da sempre problema di questa città. Barocca in ogni sua forma, da un lato sembra espandersi, dall’altro si chiude. È sincera nel manifestare l’eccesso del sostituibile, il capitalismo di cui tutti siamo colpevoli e facciamo parte.

Sei stata allieva di Fulvio di Piazza e continui a mantenere rapporto dialettico e di confronto anche  con Alessandro Bazan,  entrambi docenti di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Palermo, quali eredità ti hanno  lasciato  i tuoi maestri e perché sei diversa da loro?

Loro ti insegnano ad attraversare la realtà, a guardare la magia che è racchiusa in essa. Quando dipingi è come se avessi degli occhialini che ti permettono di usare maggiore visione rispetto a quella concessa dai nostri sensi. Sono grandi motivatori: ti spingono ad andare oltre, un po’ più in là di quello che si è raggiunto. Mi hanno lasciato l’accuratezza, la preziosità e la disciplina necessaria nella pratica pittorica per sperimentare, l’umiltà, l’amore, la passione e il mettersi sempre in discussione per trovare soluzioni diverse senza rinunciare a essere sé stessi. Mi riesce difficile vedere in cosa mi differenzio perché mi viene più spontaneo immedesimarsi e vivere quello che vedo come un piccolo frammento di me, ma, se devo rispondere loro sono più vulcanici, mentre io ho una pittura più silenziosa.

Cosa vuoi comunicare con i tuoi ipnotici microorganismi di eco simbolista, forme dinamiche e metamorfiche che sembrano  emerse  da un  misterioso flusso magmatico primordiale, da una dimensione onirica in bilico tra l’abisso del mare e il Cosmo, in cui è  ricorrente un capezzolo, simile all’iride di un ‘occhio ?

Le forme presenti nei quadri sono ibridi di elementi che si stanno trasformando, in loro c’è la malinconia di qualcosa che sta cambiando forma, ma anche il gioco, l’aspetto ludico. Sono conchiglie, fuochi, fiori, sono foglie, stelle, pesci, sono iceberg, sono occhi: loro mutano, cambiano pelle, giocano nel loro voler attraversare l’ambiente, plasmandolo come anche l’ambiente gli dona nuovi colori, nuova forma. Dipingo  “forme pensiero” di emozioni, sentimenti che trovano il loro modo per superare delle barriere, evolversi; fluttuano, cercano la luce o vengono attratte dal buio. Sono “ Creaturine” che incarnano il divenire della natura, con una trasformazione lenta, silenziosa, ma che è ogni giorno racconta qualcosa di nuovo.

Perché ti piace la pittura ad olio?

La pittura ad olio mi crea una forte tensione emotiva, è morbida, si trasforma nel tempo è qualcosa che sembra sfuggire al tuo controllo. Ogni dipinto diventa un’esperienza nuova, nonostante la conoscenza dello strumento, l’olio è una sfida, un processo alchemico in cui poter trovare soluzioni nuove.

In particolare cosa vuoi raccontare con le tue forme scultore che escono dalla tela e si espandono  come virus  nell’universo nello spazio?

Le forme sagomate in legno sono gli stessi ibridi dei quadri che cambiano la loro dimensione, fluttuano su una parete lattiginosa, diventando loro stessi paesaggio interiore. Simbolo di eterna impermanenza, delicate e facilmente distruttibili, si espandono fuori dalla tela, seguendo un segno armonico, pittorico. Come nella composizione “Impronte siderali.

La fragilità del corpo è la stessa di quella degli elementi naturali: come quando si è piccoli e si gioca in spiaggia con castelli di sabbia e formine a forma di fiori e stelle marine. Una costruzione impermanente e fragile come le foglie che si fanno trasportare dal vento ma sono salde nella loro danza, attraversando ogni fase della vita.

Giocando su contrasti e contrapposizioni formali, compositive e cromatiche, come  nasce  un tuo dipinto che sembra scandagliare  la profondità  della natura, sei  alla ricerca  dell’origine  della creazione?

Ogni dipinto, ogni opera ha una sua origine: a volte sono visioni, sogni, immagini che si manifestano di fronte a emozioni, sentimenti, sensazioni che schizzo velocemente su un foglio e poi riporto sul supporto interessato. Ma è solo la parte iniziale del lavoro: l’immagine si trasforma, diventando parallela alla vita che abitiamo, motivo di ricerca e introspezione. È un equilibrio tra una forma mistica di concepire l’immagine e un’analisi dal carattere scientifico nell’atto pittorico: dipingere è un modo per esplorare, conoscere ed è come se attraverso di essa, capissi meglio la vita. Dipingendo analizzo e metto in luce. Creo attraverso la stratificazione del segno e del colore un universo mobile, dal movimento quasi impercettibile: la pelle, il mare e lo spazio siderale si fondano, sono un tutt’uno.

Hai una pennellata a tratti filamentosa,  per capirci alla Previati, Segantini  e Pelizza da Volpedo,  tanto per citare i maestri  del Simbolismo e qua e là sfiori la luminosità Divisionista, come definisci il tuo linguaggio  pittorico?

Mi interessano i micromovimenti, la trasformazione, ciò che muta e che forma un’unità.  Costruisco piani che si intrecciano, ondulano, increspano, si chiudono ed espandono. È un linguaggio che vuole esplorare, che vuole analizzare e succede proprio nel momento dell’ atto pittorico. Attraverso la pittura riesco ad analizzare meglio questo continuo e tornare delle onde. È un’immersione, dove non c’è separazione tra le cose: tutto diventa unità e parte integrante di un tutto più ampio e articolato. Nel dipinto “Il sole nascente”, Pelizza Da Volpedo irradia con i suoi tratti rigorosi e filamentosi facendoci immergere nell’eterno divenire della natura. Il sole, la stella che ci ha donato la vita, fonte di cura, viene trattato con estremo rigore scientifico intrecciandolo con il processo che partorisce la vita: il passaggio dal buio alla luce.

Ed è un po’ il processo che accompagna ogni mio dipinto, quel susseguirsi in modo unitario tra fonti oscure e bagliori di luce, tra caos e armonia, tra distruzione e costruzione, dove non esiste separazione ma un abbraccio delle parti.

Ti sento affine all’immaginifica all’esoterica Hilma af Klimt( 1862-1944),  ti riconosci  nelle sue  forme primordiali  che attingono all’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung,  come?

Hilma Af Klint oltre ad aderire alle dottrine esoteriche di Madame Blavatsky, era un’attenta osservatrice della natura, disegnava fiori, piante, conchiglie analizzandole scientificamente. Mi riconosco nel suo immaginario visionario per la relazione sempre presente tra l’evoluzione umana con l’evoluzione cosmica, nella sua ricerca sull’origine della vita, da quel passaggio tra buio e luce, senza separazione. Era influenzata da tutte le scoperte scientifiche presenti in quegli anni incarnando perfettamente l’unione tra il misticismo orientale e la ricerca analitica e scientifica della realtà. Le stagioni nei dipinti di Af Klint si susseguono attraversano ciclicamente, dove muore qualcosa sta nascendo una nuova vita, dal staccarsi di una foglia dal ramo si genera un rinnovamento, un attimo di respiro: chiudendo gli occhi non troviamo il buio ma la luce.

Mi riconosco nel suo simbolismo ciclico, che, come Karl Gustav Jung, attinge all’onirico. Jung lo faceva attraverso lo studio sul sogno, terreno da cui ha origine il simbolo. Il simbolo che non è chiuso, stretto, circoscritto ma una creatura viva, salvifica, rivelatrice.

Nel dipinto “Nascita” una creatura anatomica arborescente al centro del dipinto fluttua come visione di linfa vitale , tra nuovi sguardi e desideri. Una pianta magica, di cura, che si eleva, a tratti un muscolo, una ricerca di forza.

Nei tuoi disegni acquarellati manifesti una spiccata tendenza grafica e compositiva, che sembrano  dettati da uno spirito guida invisibile,  come nascono  queste visioni “astrali” e arcane ?

Ogni lavoro ha una sua cosmogonia personale, Certe volte sono vere e proprie visioni che mi presentano in alcuni momenti delle giornate, sono immagini salvifiche, immaginifiche, sono sogni, sono soluzioni che in realtà diventano quesiti, ma tutto deriva da un cercare dentro di sé. Da lì nasce questa dimensione astrale, che poi va piano piano trasformandosi su tela. La dimensione grafica è sicuramente dovuta all’amore che nutro verso il Giappone, i film d’animazione e i manga che mi accompagnano fin da piccola.

Ti offendi  se ti dicono  che la tua pittura  è decorativa, che valore ha il colore nelle tue opere?

Molto spesso quando lo dicono non vogliono certo farti un complimento ma posso dire che per me non ha una valenza negativa. Devo molto allo studio del mosaico e la visione del mausoleo di Galla Placidia è un ricordo che ritengo fondamentale per il mio percorso. Le piccole parti del mosaico che vengono attraversate da una luce, la luce divina della creazione, sono come gli atomi, tessere minuscole fondamentali per la costruzione di un disegno più grande. Sono un tutto, fatto di piccole parti, ognuna diversa e ognuna fondamentale, si trasformano in base alla luce, cambiano, sono portali da cui possiamo esplorare dimensioni nuove.  Nel dipinto “Arborescenze“ vedevo un centro fatto di tante piccole parti, un mosaico circolare, da cui i piccoli frammenti, silenziosamente si staccavano. Nel momento di separazione, nasce una nuova vita, dove il frammento diventa squarcio di un nuovo paesaggio, di una nuova visione. Il colore è come un’epidermide, sono strati su strati di un’entità che si mescolano, di sangue che diventa un mare dal ventre stellato, di un abisso bianco di un vuoto in cui perdersi e nascere.

Ti  sarebbe piaciuto  essere  riconosciuta da  A. Breton, tra le seguaci della sua versione poetica allargata del Surrealismo,  descritta nel libro L’arte magica (1957): perché?

Essere affiancata a Max Ernst e Leonora Carrington mi farebbe scoppiare il cuore di gioia. Scherzi a parte, penso di rientrarci per la visione fantastica, magica e catartica della pratica artistica che esisteva dal primo segno inciso su una grotta. Già quello è magia, passando dal simbolismo medievale dal carattere fantastico per arrivare alle teorie quasi surreali della fisica quantistica.

Per non parlare dello studio del sogno, un ombelico come lo definiva Freud verso l’ignoto ma anche un portale per attraversare strati di realtà sia ad occhi aperti che a occhi chiusi.

 Quando la pittura è autentica e perché?

La pittura è autentica se racconti chi sei, cosa vedi, qual è il tuo sguardo sul mondo. Se parti dal tuo vissuto, da una ricerca dentro te stesso riesci a incontrare l’altro. 

Pratichi l’arte come esperienza catartica e come funzione sociale al tempo stesso?

L’arte è entrambe le cose: è catartica perché permette di trasformare, di evolvere emozioni, sentimenti, per elevarli in uno stato diverso; è  sociale perché deve farti porre delle domande, deve risvegliare le menti.

Nel dipinto catarsi una colonna di tagli si dirompe al centro della scena, solenne e respingente. I tagli creano una cucitura che unisce due parti. Il taglio è un atto catartico, ferisce ma libera, è un gesto di vita che chiede respiro, chiede libertà.

Nella tua ricerca pittorica attingi dall’AI, che rapporto hai in generale con la tecnologia?

Mi dissocio molto da questa pratica anche se sono immersa nel mondo digitale anche passivamente.

Cerco qualcosa di vero, di scelto, di non fittizio, qualcosa che abbia i suoi tempi, che non sono quelli del consumismo delle immagini, delle parole, delle relazioni. Sono i tempi della natura: silenziosi che respirano, che abbracciano.

Con quali gallerie stai lavorando attualmente e quale mostra stai  preparando ?

Ho esposto qualche mese fa alla mostra collettiva Scirocco, alla galleria Giovanni Bonelli di Milano. Adesso sto realizzando un progetto a cui lavoro da tempo, ma preferisco non anticipare nulla.

Qual è il tuo sogno più grande?

Sogno continuamente, progetto, attraverso. Non saprei scegliere, perché anche i sogni sono in divenire, una stelle cadente lascia una scia di luminosità che crea sempre nuove prospettive.

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